Mattia Perin, umiltà e grinta
Finardi, ritorno al futuro
A Crema, tra sogno e speranza
Oltre i confini del mondo
“Dossena”: fabbrica di campioni
Chissà quali sensazioni Devis Mangia avrà provato quando gli è squillato il telefono e ha ricevuto la notizia di essere stato scelto nel ruolo di nuovo tecnico dell’Under 21. Di certo un ruolo di grande responsabilità verso i giovani e quindi verso il futuro del nostro calcio. “Per un allenatore essere chiamato dalla propria Nazionale è un grande gratificazione. È stata una cosa abbastanza rapida, perché si è sviluppata in pochi giorni. La prima reazione è stata quella di non pensarci troppo, quando ti chiama la tua Nazionale devi solo dire di sì e metterti subito al lavoro”.
Talento, bravura e coraggio. Federico Marchetti è attualmente considerato uno dei miglior portieri italiani. Il successo però non lo ha cambiato, è rimasto un ragazzo che non ha dimenticato le sue origini mettendo al primo posto sacrificio e lavoro.
Giacomo Bonaventura è il prototipo del giocatore moderno: duttile, si adatta alle esigenze della squadra e non gli manca il fiuto del gol. Queste caratteristiche gli hanno permesso di giocare in serie A.
Ora sei un punto fermo dell’Atalanta e indossi la maglia numero 10.
E con la primavera, arriva il Dossena! L’edizione numero 37 non incide sulla solita sensazione di freschezza, non certo perché questo importante torneo di calcio è riservato effettivamente alla categoria…
Primavera, ma per l’atmosfera che si respira fin dalla presentazione nello splendido teatro San Domenico e poi via via nelle partite della prima fase, sui campi di tre province, fino alla finale del Voltini. Tutto è una gran festa.
Non è esagerato dire che il Milan ha evitato di sprofondare in un lungo periodo di recessione grazie allo spirito del Dossena. Lo spirito del Torneo Angelo Dossena è da sempre lo spirito dei giovani e sono stati proprio i giovani a ridare entusiasmo e ambizioni al Milan. Perse per ragioni anagrafiche colonne gloriose come Nesta e Gattuso, sacrificate per ragioni di bilancio stelle come Ibrahimovic e Thiago Silva, la società rossonera ha deciso di sterzare in modo deciso sulla linea verde. Pochi mesi di assestamento e la scommessa ha pagato, in campionato e in coppa.
Stephan El Shaarawy ha trascinato la rimonta alla zona Champions piazzandosi ai vertici della classifica cannonieri, Mattia De Sciglio si è imposto con autorità tanto da meritarsi le attenzioni della Nazionale maggiore, Mario Balotelli, acquistato a gennaio, ha portato i gol dell’aggancio al terzo posto e composto con M’Baye Niang e il Faraone il tridente più verde del campionato.
Abbiamo citato ragazzi nati dal ’90 in poi. Riccardo Montolivo ha qualche anno in più e ha preso in mano le chiavi del centrocampo. Montolivo ha disputato il Trofeo Dossena nel 2003 con la maglia dell’Atalanta che schierava anche Giampaolo Pazzini, attuale compagno del Milan. Il Pazzo aveva giocato anche l’edizione precedente, quando partecipò la Nazionale di C che aveva tra i pali Marco Amelia. El Shaarawy è passato da Crema vestito di Genoa nel 2009. Un anno più tardi è toccato a De Sciglio. Come vedete, in questo Milan rigenerato soffia il vento del Dossena.
L’edizione 1981 fu vinta dall’Atalanta che sfoggiava un fuoriclasse in fiore: Roberto Donadoni. Donadoni è stato un nome importante anche nella storia del nostro calciomercato. Da sempre i migliori talenti bergamaschi finivano dritti alla Juventus, per antica tradizione, quasi uno ius primae noctis. L’irruzione di Berlusconi nel calcio con le sue ambizioni ipertrofiche e la grande disponibilità di spesa hanno mandato a gambe all’aria le tradizioni. E Donadoni è finito al Milan, come tante altre stelle inseguite negli anni successivi dal Diavolo: da Van Basten a Kakà, da Ronaldinho a Ibrahimovic.
Ma quella stagione di onnipotenza è finita, per il Milan e per tutti. Non possiamo più permetterci Platini e Maradona. Non possiamo più competere con i club più ricchi d’Europa, con i tesori degli sceicchi. Oggi i fuoriclasse del pallone volano in Premier o nella Liga o a Parigi. E ci snobbano.
Impoveriti e frenati dalla ghigliottina di Platini, il fair play finanziario che sta per abbattersi sui bilanci, i nostri club sono costretti a battere due strade: scommettere su stranieri anonimi, nella speranza che si trasformino in un Alexis Sanchez (Udinese) da rivendere al Barcellona per una quarantina di milioni; oppure valorizzare i giovani, tornando a curare i vivai e setacciando con più attenzione il cacio giovanile.
Così ha fatto il Milan che si è già assicurato per la prossima stagione due fresche speranze come Salamon e Saponara. Così stanno facendo quasi tutti i nostri grandi club. In questo scenario profondamente trasformato dalla crisi economica, comprensibilmente è cambiata anche la considerazione del calcio giovanile e di tutti i tornei che lo alimentano.
Se prestigiose rassegne, come lo è da sempre il Trofeo Dossena, prima erano soprattutto un motivo di vanto per le società, l’occasione per ostentare i propri gioielli e dimostrare l’eccellenza dei propri vivai, ora sono molto di più. Ora che schiere di campioni stranieri non sbarrano più l’accesso al campo a giovani di talento, a un torneo come il Dossena puoi vedere ragazzi che nel giro di due o tre anni decideranno le sorti dello scudetto. Esattamente come successo a El Shaarawy e De Sciglio. Lo spirito del Milan non è soltanto lo spirito del Milan. È lo spirito di tutto il nuovo calcio italiano.
Fisico, tecnica e soprattutto il fiuto del gol. Queste cose sono scritte nel Dna di Mattia Destro. Arrivato nel 2005 all’Inter vince lo scudetto prima con i Giovanissimi e poi con gli Allievi. Una ascesa rapida che lo porta a essere un punto fermo della Primavera insieme a Joel Obi, Davide Santon e Luca Caldirola diventando capocannoniere con 18 reti al termine della stagione 2009/10.
A Milano era soprannominato “El segna semper lü“ che in dialetto milanese vuol dire “segna sempre lui”. Con le maglie di Inter e Milan infatti segnò tantissimo, tra gli anni ’95 e 2000 e soprattutto gol decisivi.
Maurizio Ganz è considerato uno dei migliori attaccanti italiani.
Ha disputato 21 anni da professionista indossando le maglie di 13 squadre e realizzando 160 gol. “Ho finito a 38 anni nella Pro Vercelli, mi sono divertito, togliendomi tante soddisfazioni”.
Sinistro, destro, testa, potenza. Gianluca Vialli, con oltre 260 gol, ha segnato in ogni modo riuscendo a unire tutte le qualità di attaccante con la “A” maiuscola. Le tifoserie per le quali ha giocato, lo hanno sempre visto come un esempio, uno che “si è sempre sentito cucita la maglia addosso”. Grande combattente e trascinatore, con marcata personalità, Vialli è sempre stato il leader capace di unire la squadra anche nei momenti più difficili. Inizia la carriera a Cremona, sua città natale. Con la maglia grigiorossa gioca 4 campionati in prima squadra, dove ottiene due promozioni: dalla C1 alla B nella stagione 1980/81 e dalla B alla A nell’83/84. Il 16 settembre 1984 fa il suo esordio nella massima serie con la maglia blucerchiata: Sampdoria - Cremonese 1 a 0. Quando si dice il destino. Ricordi che Gianluca tiene saldamente scolpiti nella sua memoria: “Sono stati momenti fantastici. Ritengo di aver avuto una grande fortuna e cioè quella di poter crescere a Cremona, vicino ai miei genitori, ma soprattutto in una società calcistica di livello altissimo per quanto riguarda il settore giovanile. La “Cremo” ai miei tempi aveva fatto crescere diversi giocatori. Sapeva come gestirli e poi era abile nel consegnarli nelle mani di squadre come Atalanta, Juventus e Sampdoria. Ho avuto allenatori che mi hanno insegnato molto, compagni di squadra ideali. Mi sono divertito moltissimo e senza accorgermi sono arrivato all’età di 16 anni e mi sono trovato a far parte della prima squadra”.
Se prendiamo l’elenco dei giocatori che hanno partecipato al Dossena nei trentacinque anni della sua storia possiamo mettere insieme una squadra in grado di vincere lo scudetto o, perlomeno, lottare per un posto nella Champions League. Il trofeo, riservato alle formazioni Primavera, è prestigioso e non è semplicemente un torneo. È una ventata di aria fresca, una finestra sul mondo, un passo verso il futuro che è anche il presente di un Paese che lotta contro la recessione e la crisi economica globale. L’Italia alla ricerca del cambiamento e della modernità, deve valorizzare i suoi giovani. E anche il calcio, in crisi come ogni settore, deve ripartire dai ragazzi.
Il Dossena è una vetrina, un’opportunità. Anche un’occasione per accrescere l’esperienza. Una specie di stage, se vogliamo. Ma di qualità.
Da queste parti sono passati Zenga e Pagliuca, Fabio Cannavaro e Costacurta, Pirlo e Montolivo, Gilardino e Inzaghi, anche giocatori che oggi sono allenatori stimati in serie A: Donadoni (che lo ha vinto nell’82) e Montella. E tanti altri, sia chiaro. Luis Figo, per esempio. Nomi che aumentano il lustro di un torneo in grande espansione. Gli ultimi si stanno facendo adesso le ossa in serie A: Obi nell’Inter, El Shaarawy nel Milan, Destro nel Siena.
Aspettiamo il prossimo “campioncino”, con la certezza che il sempreverde torneo Dossena, non deluderà le attese degli appassionati. Anche per l’impegno di chi, ogni anno, dedica tempo ed energie per seguire una passione: il calcio. Lo sport più bello del mondo. Purtroppo sempre meno sport e sempre più business. Non è più il tempo delle bandiere, ma solo quello dei contratti e della convenienza: vado dove posso guadagnare di più.
E forse per questo il calcio giovanile è più bello. Perché più ingenuo, se vogliamo, più vero e più libero, ancora non inquinato dai ragionamenti e dagli interessi. Conta arrivare primo sulla palla, mordere l‘erba, mettersi in luce. È il sogno di un bambino: arrivare in serie A e magari sino alla Nazionale. A proposito, anche il c.t. degli azzurri, Cesare Prandelli è stato uno dei protagonisti del Dossena. E oggi, ne siamo certi, seguirà con occhio fintamente distratto l’evoluzione del torneo al quale è rimasto affezionato. Perché Prandelli punta sui giovani e non soltanto perché i giovani li ha allenati, con discreto successo, negli anni dell’Atalanta. Quella bergamasca è una scuola a livello giovanile e un’istituzione al Dossena. È la società che vanta più partecipazioni (31) e più vittorie (6). E sarà protagonista anche stavolta insieme al Milan, a due grandi dell’Est europeo, la Stella Rossa Belgrado e lo Slavia Praga e ai sudamericani del Bahia.
Il Dossena è senza confini, aperto ai ragazzi del mondo globale. Ci sarà da divertirsi, nella speranza che il torneo sia, come è sempre stato, combattuto e corretto. Il fair play nel calcio sta diventando un’esigenza insopprimibile. Da trasmettere alle nuove generazioni. Rispetto e onestà. Il codice etico, che Luis Enrique (non a caso abituato a lavorare con i giovani) applica alla Roma e che Prandelli ha adottato in Nazionale, non è una semplice formalità, ma una linea guida nel calcio del futuro. Tanto quanto il fair play finanziario e la necessità di nuovi stadi per riavvicinare le famiglie al mondo del pallone. E allora, cogliamo l’occasione per dare un suggerimento al comitato organizzatore dell’Angelo Dossena: istituire un premio da assegnare al calciatore più corretto. Quello che, durante il torneo, lascerà il segno per un gesto di fair play in campo. E magari invitare Prandelli per la consegna del medesimo premio. Forse in Primavera c’è ancora spazio per intervenire sulla testa dei ragazzi, spiegare loro che vincere va bene, ma non a tutti i costi, non con l’inganno, la beffa, la truffa. Il calcio, quello dei grandi, ha subìto tanti, troppi, attentati mortali negli ultimi anni (per esempio la vicenda delle scommesse). Servono integrità, pulizia, rigore da abbinare alla competizione e alla passione. Vinca il più bravo e il più generoso. Non sempre il più furbo.
Ci ha giocato pure Luis Figo a Crema. Ci sono tornei a livello giovanile che vale la pena vedere, rivedere e studiare. Tornei nei quali muovono i primi passi giocatori normali, magari più di un brocco, ma non di rado i campioni del futuro.
Il “Dossena”, per esempio, ha tenuto a battesimo le prodezze di tanti azzurri del domani. Ed è divertente essere lì, anche da semplice appassionato, a mettere alla prova la propria competenza, a scommettere con gli amici che “secondo me, quel ragazzo farà carriera. Ci mettiamo su pizza e birra?”. Avrà allora mangiato gratis chi vide subito le qualità di Claudio Marchisio sui campi appunto del “Dossena”. Oggi il Principino è una bandiera della Juve, una colonna della Nazionale di Prandelli e uno dei centrocampisti più ammirati nel mondo.
Già, la Juventus. Un esempio a livello giovanile, ancor di più sotto la gestione Andrea Agnelli. “Spenderemo 30 milioni di euro nelle prossime cinque stagioni”, ha spiegato nei mesi scorsi l’amministratore delegato Beppe Marotta. L’obiettivo è quello di “dare solidità all’intero movimento – ha continuato Marotta – di andare in cerca dei migliori baby talenti italiani e stranieri. D’ora in poi vorremmo portare in prima squadra una media di due-tre ragazzi ogni stagione. È questa l’unica strada per sopravvivere nell’era del fair play finanziario e di fatto per autofinanziarsi”. Sì, non ci sono dubbi: finalmente anche in Italia si sono accorti di quanto sia strategico il settore giovanile, a tutti i livelli. “Oggi con Conte – conclude Marotta – ci sono solo due ragazzi che hanno fatto tutta la trafila delle giovanili: si tratta di Marchisio e De Ceglie. Il trend va immediatamente invertito, il modello Barcellona va assolutamente imitato e magari pure migliorato”.
Juve Channel, nei mesi scorsi, mandò in onda un filmato decisamente tenero. In campo le formazioni Esordienti di Juve e Inter. A un certo punto si vede scattare dalla sua metà campo un ragazzino bianconero dalla corsa elegante, potente, incisiva: una trentina di metri palla al piede, poi l’assist per un trequartista biondino dal piede già piuttosto educato. I nomi? Il primo Paolo De Ceglie, il secondo Claudio Marchisio, che controlla, infila l’ultimo difensore nerazzurro e batte a rete prima di scatenarsi in una corsa che assomiglia decisamente alle esultanze del Marchisio dei giorni nostri. Capite bene come per questi ragazzi la maglia bianconera non possa che diventare una seconda pelle. Fattore decisivo in un calcio sempre meno romantico, sempre più legato a questioni di affari, soldi, tanti soldi. Un calcio ormai lontano dalla gente, che invece non ha occhi che per i propri colori, per la storia e le tradizioni della propria squadra.
E allora viva la politica di Andrea Agnelli, Beppe Marotta e Fabio Paratici. Viva un torneo come il “Dossena”, dove fra l’altro si sono esibiti altri prodotti del serbatoio juventino: oltre a Marchisio, i vari Criscito, Nocerino, Mirante, Gasbarroni e Sculli, insieme a un tecnico del valore di Gianpiero Gasperini. Infine, viva Crema.
E questa è un’esultanza tutta personale, riferita a una città nella quale a cavallo degli anni ’90 venivo a vedere e sostenere l’amico di infanzia Marco Franceschetti, che giocava nell’Unione Sportiva Pergocrema 1932, o semplicemente Pergocrema. Una città, poi, nella quale viveva (ora non so) il mio primo amore adolescenziale. Roba da un bacetto e via, sia chiaro, ma si sa: il primo amore non si scorda mai. Direte voi: chissenefrega! Dico io: avete ragione. Chiedo allora scusa, mi è semplicemente venuta una botta di malinconia. Un po’ come quando penso al calcio di ieri, a giocatori più educati, genuini, che stavano male e si chiudevano in casa dopo una sconfitta, anche per rispetto dei tifosi. Un calcio che solo i ragazzi di oggi – e una gestione più intelligente dei club da parte dei dirigenti – possono riportare d’attualità. Buon Torneo a tutti. Il “Dossena” è davvero una boccata d’ossigeno.
“Il ciclismo è come la vita, non ci sono formule matematiche quando sei davanti ad un avversario. Si tratta di sapere soffrire più di lui. I grandi campioni hanno sempre fatto la differenza con il cuore”. (Lance Armstrong)
Ma che c’entra il ciclismo con uno dei più prestigiosi tornei di calcio giovanile che si giocano in Italia? E che ha a che fare con la 36° edizione del Trofeo Angelo Dossena? Forse nulla o forse molto. Un motivo però ci deve essere se un uomo di sport e ottimo allenatore come Francesco Guidolin, regalò ai suoi giocatori, il Bologna d’inizio Duemila, l’autobiografia del campione statunitense. E questo motivo allora mi sembrò di coglierlo nel fatto che, oltre la tecnica e la tattica, oltre le strategie più sottili e le raffinate metodologie di allenamento, oltretutto insomma, c’è l’uomo! Ci sono l’atleta e la persona, c’è la volontà di superare i propri limiti, di raggiungere il massimo senza risparmiarsi, di vincere come singolo o come squadra, senza alibi e senza riserve. Se diamo uno sguardo all’albo d’oro di questa manifestazione, campioni del genere se ne ritrovano eccome: da Donadoni, che la vinse nel 1982 con l’Atalanta, a Campioni del Mondo come Cannavaro, Inzaghi, Pirlo e Amelia, a Figo e Zenga, Costacurta e Albertini, l’attuale vicepresidente della FIGC. Gente che ha vinto, che ha faticato per raggiungere i livelli più alti, che sofferto ed ha fatto rinunce, ma che spesso sul campo ci ha messo il cuore, quel qualcosa in più che, come dice Armstrong, fa la differenza. Collocata a metà Giugno, quella di Crema è una ribalta perfetta per i giovani che si affacciano al calcio che conta ed è per gli addetti ai lavori un’occasione più che ghiotta di vedere, nell’arco di una settimana soltanto, i giocatori dei migliori vivai italiani e no. E’ un implicito tributo a chi lavora con i giovani, a quelle società che non da ora hanno capito l’importanza del settore giovanile cui vanno destinate, a mio avviso, le migliori energie di un club, i migliori allenatori, gli impianti più adatti. E non solo perché il fair play finanziario lo impone più che consigliarlo! Lavorare con i giovani e per i giovani è un innegabile vantaggio per le casse di un club, può esser il punto di partenza di un disegno tecnico- tattico che parte dalle prime esperienze giovanili fino ad arrivare alla prima squadra, un unicum che contribuisce anche a creare il senso di appartenenza a un gruppo, a un club. Tornei come il “Dossena” colmano anche una lacuna che è propria del calcio italiano, forse non il più bello ma comunque il più difficile e tattico che esista. Per i nostri giovani calciatori non c’è spazio con continuità nel calcio di vertice, o sei un fenomeno oppure il tuo turno in serie A arriva più tardi rispetto ad altri paesi. Senza cimentarti con metodi, mentalità e velocità diverse (perché in serie A si corre forte e tanto), quando mai capisci di esser all’altezza del grande palcoscenico? Di essere davvero pronto per dare corpo al tuo sogno? In attesa di allinearci al resto dell’Europa, dove le squadre B dei grandi club possono partecipare ai campionati minori, l’equivalente della nostra prima divisione, teniamoci cari e facciamo crescere manifestazioni come questa che grazie al volontariato, alla passione e alle indiscusse competenze degli organizzatori fa da tempo Crema un appuntamento da non mancare. Ai giovani atleti, futuri campioni forse un abbraccio e un suggerimento: giocatevela la vostra partita, fino in fondo cercando di battere per primi i vostri difetti, poi gli alibi e poi, solo dopo, gli avversari. A bordo campo, infatti, in tanti anni di umile racconto (che fortuna che ho avuto!), mi è capitato di incontrare grandi atleti e grandi uomini, ma anche molti giocatori incapaci di superare le difficoltà, persone per le quali c’è sempre una zolla, un compagno impreciso nella giocata, una scarpetta allacciata male tra loro ed il successo. La vittoria passa anche da questo mi ha insegnato lo sport,la mentalità vincente si ottiene solo vincendo certo, ma vincendo anche questo tipo di sfide, accettando nel contempo, il confronto e la possibilità di perdere. Fa parte del gioco!Buona Partita a tutti…
Con la sua doppietta in Champions League siglata al Real Madrid di Mourinho nel novembre 2010 Super Pippo vola a quota 70 goal in Europa, superando il record detenuto da Gerd Müller. Inzaghi, a quasi 38 anni, è considerato il n. 9 per eccellenza ed è ancora l’incubo di molti difensori.
“Nel calcio conta vincere, certo, ma soprattutto bisogna dimostrare di avere la testa e la gambe”.
Arrivare in serie A è il sogno di tutti, ma non è una cosa facile. Stefano Lucchini con forza fisica, saggezza e intelligenza lo sta dimostrando da otto anni nella massima serie.
1° Luglio 2010, Cesare Prandelli entra nella storia. È il 48° commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio.
“Credo di aver raggiunto il punto più alto della mia carriera. Ho provato emozioni e sentimenti forti quando mi hanno ufficializzato questo ruolo, ma anche grande senso di responsabilità sapendo che questo è un compito difficile. Una cosa è certa, lavorerò sempre con grande entusiasmo e la solita voglia di fare bene”.
Il Giappone è ai suoi piedi. Zac è l’idolo di tutto il Paese. La federcalcio giapponese ha trovato l’uomo giusto che, con la cultura calcistica europea e grande intelligenza, ha portato la nazionale nipponica al successo nella Coppa d’Asia in Qatar. Alberto Zaccheroni da Cesenatico è diventato un eroe nazionale.
Nel maggio 1977 avevo vent’anni: fossi stato un bravo calciatore, avrei potuto prendere parte alla prima edizione del torneo Dossena, magari con la Primavera dell’Avellino, la squadra della mia città. Ma non ero un bravo calciatore e al secondo anno degli Allievi avevo capito che la mia generazione avrebbe potuto vincere il Mondiale anche senza il mio apporto. Cosa che accadde puntualmente nel 1982.
Già in quell’epoca, nonostante Arrigo Sacchi stesse sperimentando in Romagna le sue idee rivoluzionarie su pressing e intensità di gioco, oltre alle capacità tecniche dovevi avere una certa prestanza fisica per poterti affermare. La tecnica c’era (anche se Sivori era un’altra cosa), la prestanza fisica proprio no: un’aletta leggera. Troppo leggera per poter reggere il martellamento dei terzini, ragazzoni che di solito si allenavano prima nei campi di pomodori e poi sciamavano nei campi di calcio, a sfogare forza e agonismo su tibie e peroni. Ahi, ahi quante botte.
Ecco perché nel 1977 il campionato Under 20 al quale partecipavo era quello provinciale riservato alle società dilettantistiche. La mia si chiamava San Ciro Martire e radunava i ragazzi che frequentavano la parrocchia e si tagliavano i capelli da Ugo, il factotum del club. Maglietta blu scuro, pantaloncini neri (non esisteva divisa di riserva). Colori ai quali ero abituato visto che prima della breve parentesi col biancoverde dell’Avellino avevo giocato con la Fulgens-MicroInter del tandem Gianfranco Fiorenzi-Vittorio Marrone, meglio conosciuti in città con i nomignoli di Ciacione e Squizzetto, nonostante fossero un medico e un imprenditore. A Ugo, Ciacione e Squizzetto penso sempre con affettuosa riconoscenza: senza il loro amore disinteressato per i giovani e per lo sport, la mia adolescenza sarebbe stata assai meno divertente. Le città di provincia, specie quelle del Sud, non offrono granché all’esuberanza, alle idee e ai progetti dei liceali. Meno ancora ai divertimenti.
Ho fatto questo “amarcord” per sottolineare quanto si debba essere grati all’esercito di dirigenti del calcio giovanile o amatoriale che si danno da fare per organizzare e tenere in piedi l’attività dell’esercito di calciatori-ragazzi (o ex ragazzi), spesso facendo dei salti mortali per far quadrare i conti economici di società male appoggiate o addirittura dimenticate dalla collettività e dagli amministratori locali, potendo contare su campi buoni per piantare patate, con spogliatoi e aree comuni poco accoglienti. Dei missionari laici.
Così è giusto definire anche gli organizzatori del Dossena, capaci di mettere in piedi e far crescere anno dopo anno una manifestazione ormai diventata irrinunciabile per le società italiane e straniere che vanno per la maggiore e dalla quale sono passati decine e decine di sconosciuti ventenni diventati poi campioni amatissimi e pluridecorati.
Ma questo dettaglio relativo all’affermazione professionale delle giovani speranze attiene agli aspetti tecnici del torneo, che vanno messi in secondo piano, a mio modesto avviso, rispetto ai meriti accumulati in trentaquattro anni da chi si è preso l’onere di allestire questa rassegna estiva che mette in vetrina per una settimana i talenti più promettenti del panorama mondiale.
È chiaro che non si è giunti a questo livello di assoluta eccellenza dalla sera alla mattina, il torneo intitolato alla figura del dottor Dossena è cresciuto di anno in anno grazie all’adesione che via-via è giunta dalle nostre società di vertice. Ma anche qui è facile indovinare un lungo e non semplice lavoro di contatti e quindi appuntamenti, telefonate, attese, contrattempi e tutto quanto di rognoso sta dietro le quinte di una grande manifestazione. Senza dosi massicce di passione e tenacia, sarebbe inevitabile gettare la spugna. E invece siamo qui a brindare ai 35 anni di questo torneo: cin-cin.
Il futuro? Roseo, naturalmente. Quando il Dossena arriverà ai 50 anni, io non sarò più in Gazzetta ma tra i pensionati. Beh, sogno di spendere la terza età accanto ai bambini di una società di quartiere, mi immagino intento a vederli rincorrere il pallone su un campo di patate per poi accoglierli in spogliatoi un po’ più degni con tazze di the e i biscottini di nonno Nicola. E in giugno tutti a Crema, a vedere il Dossena: un buon progetto, no?
La storia di un lungo e fortunato connubio comincia nel lontano 1985, quando il Trofeo Dossena compiva appena 8 anni e Aldo Biscardi ebbe l’intuizione di aprire una “finestra” (come si dice in gergo) durante il “Processo” per presentare il calendario della manifestazione. Ma poi l’amore sboccia definitivamente nel 1999, quando, l’allora Rai Sport Satellite, trasmette per la prima volta la finale del Torneo.
Un lungo cammino fatto insieme e con risultati, per quello che ci riguarda, assolutamente gratificanti. Del resto il prestigio di questo torneo sta nell’elenco impressionante di personaggi che negli anni si sono cimentati su questi campi.
Confesso che quando me lo sono andato a riguardare sono rimasto piacevolmente sorpreso. Alcuni ovviamente li ricordavo, ma questo è uno dei pochi casi in cui la quantità va di pari passo con la qualità.
Al punto che sembra addirittura riduttivo sintetizzare l’albo d’oro con la citazione di due “palloni d’oro” e sei campioni del mondo. La verità è che in questo elenco si può trovare la crema del calcio nazionale e internazionale degli ultimi 30 anni e non è merito da poco. Invito a rileggerlo come ho fatto io perché ci si rende conto così che la citazione dell’uno piuttosto che dell’altro è esercizio inutile perché comunque riduttivo.
La validità attuale di questa formula e dunque di questo torneo è oggi più che mai legata al particolare momento storico del calcio italiano, alla continua ricerca di giovani talenti, alla continua ricerca della valorizzazione dei vivai, alla continua ricerca di fonti alternative a un mercato che pare per molti sempre più irraggiungibile.
E poi c’è anche una Nazionale da rilanciare, c’è un movimento da rifondare e tutto questo non può non passare anche da manifestazioni come il “Dossena” che negli anni si è costruito la sua stroria e al quale auguriamo ancora per tanto tempo di continuare a scriverla.
È un signore attempato, con i segni degli anni visibilmente impressi sul corpo. Ha via via rinunciato ad ambizioni e velleità, conservando però nella sfera dei suoi sentimenti un piccolo spazio per un grande amore: il calcio.
È da sempre, il mio “professore” perché a lui mi rivolgo quando ho bisogno di un consiglio o di un conforto. Ignoro dove e con chi abiti ma non ho mai avuto difficoltà a rintracciarlo: mi basta girare per la città, discernere fra i rumori che la animano e seguire l’inconfondibile vocìo dei bambini impegnati a rincorrere un pallone.
Eccoli lì, i bimbi, sulla piazzetta antistante l’edificio scolastico, tutti concentrati sull’obiettivo di raggiungere le ipotetiche “porte” segnate dagli zainetti dei libri.
Ed eccolo lì, il mio “professore”, unico spettatore di uno spettacolo che solo lui può gustare in ogni più piccola sfumatura e, qualche volta, interrompere alzando il bastone e gridando “caprone!” all’indirizzo di chi ha sbagliato un passaggio elementare.
Sbrigati rapidamente i convenevoli arriviamo al dunque.
- Caro “professore” mi hanno chiesto di contribuire, sia pur marginalmente, alla pubblicazione ufficiale della prossima edizione del Trofeo Dossena e vorrei uno spunto per qualcosa che non ricalcasse la formuletta tradizionale del “complimenti agli organizzatori e auguri ai partecipanti”, perché, vede, si tratta di una iniziativa importante e...
A interrompermi è il rumore del secco colpo di bastone sull’asfalto della piazzetta e poi la voce tagliente del mio interlocutore.
- Se hai intenzione di offendermi fai meglio ad andartene subito perché non puoi pretendere di spiegare a me, che del calcio giovanile ho fatto la ragione della mia vita, che cosa sia il Trofeo Dossena e che cosa rappresenti. Io di questa meritoria iniziativa conosco tutto e, proprio per questo, mi solletica l’idea di approfittare dell’occasione e dell’ambiente per affrontare un tema spesso sottostimato, ovvero il “calcio da gioco a scienza”. Si comincia, come è logico, dal “c’era una volta”… Dunque, c’era una volta il gioco più semplice del mondo, quello che ci coinvolgeva dalla più tenera età. Tanto semplice che si impose ovunque, in ogni nazione, in ogni continente con le stesse (poche) regole, con lo stesso (elementare) linguaggio. Il suo limite era appunto la semplicità, cosicchè piombarono su di esso gli “scienziati” che cominciarono a studiare il modo di complicarlo per renderlo più raffinato e ricercato.
Nacquero così le “ripartenze” (in quale binario), le “palle inattive” (pigrone, è l’ora di svegliarsi, di fare qualcosa) e “l’aggressione degli spazi” (con esclusione di quelli celesti ci auguriamo). Cominciammo così lo studio tattico-linguistico del calcio mentre i bambini continuavano a prendere a calci il pallone con l’unico scopo di farlo muovere.
Beata innocenza!
Neppure avrebbero immaginato che un giorno non lontano si sarebbe scoperta l’importanza del “baricentro” da spostare avanti e indietro con il pupazzo del luna park colpito dalla palla (ricordate le “tre palle, un soldo”?). Sulla strada del progresso linguistico sono scomparsi anche i ruoli tradizionali dei giocatori, sostituiti da fantasiose definizioni. Ecco così “l’esterno basso” (in genere un marcantonio di un metro e novanta) e “l’esterno alto” (per la legge del contrappasso esile, mingherlino e tappetto).
Ed è cambiato anche il senso del gioco, ossia l’andare a rete. Una volta il goal era intanto importante per natura e poi bello o bellissimo per la fattura. Ora al massimo è rappresentato dall’”eurogoal” con buona pace di un certo Pelè che nella sua luminosa carriera ha raggiunto ogni traguardo ma non ha mai segnato un eurogoal.”
- Basta professore, se continua così mi vien da ridere.
- Beato te, a me viene invece da piangere.
E così ci salutiamo e ci lasciamo, io e il professore, mentre i bambini recuperano i loro zainetti, ripuliscono il pallone e tornano a scuola.
Su una panchina rimangono, distrattamente abbandonati, un trattato di fisica (quella del baricentro) e un vocabolario sul nuovo lessico calcistico (quello degli esterni alti e bassi).
Distrattamente o volutamente?
Il nuovo che avanza è quello che in campo combatte sempre ripetendosi di non aver ancora fatto niente, ma di essere consapevole del proprio valore.
Davide Astori, classe 1987, è il difensore centrale che si è affermato nelle ultime due stagione nella difesa del Cagliari. Un escalation continua: dalle giovanili del Milan, passando prima da Pizzighettone poi alla Cremonese fino al palcoscenico della Serie A.
“Per un giocatore con il mio ruolo è stata una fortuna quella di poter aver avuto allenatori come Franco Baresi e Filippo Galli che, oltre che a curare bene la fase difensiva, mi hanno insegnato la giusta cattiveria da metterci e l’intelligenza tattica. Oggi ci sono alcuni forti difensori italiani che provengono da quel settore giovanile e penso che non sia un caso. La Primavera del Milan di quegli anni che è passata anche dal Trofeo Dossena, poteva contare su ottimi giocatori: Lino Marzoratti che gioca con me al Cagliari, Antonelli ora al Parma, Perticone e Di Gennaro sono a Livorno, Ardemagni al Cittadella e Vitofrancesco al Grosseto”.
Fu Claudio Onofri, ex giocatore del Genoa, in quel pomeriggio di undici anni fa nelle vesti di talent scout, a scoprire Domenico Criscito, Mimmo per tutti, il biondino dagli occhi azzurri, dal carattere riservato e con una passione sfrenata per il calcio.
“Avevo tredici anni e giocavo nello Sporting Volla, nello storico campo del Vomero. Partecipavo a una selezione dei migliori ragazzi della provincia. Sapevo della presenza di osservatori di squadre importanti. Arrivai puntualissimo alle due del pomeriggio, sperando di giocare subito, ma il mio turno arrivò solo nella serata, giocando così l’ultima partita in programma”.
Il provino diede un esito positivo, ma non definitivo. Infatti Claudio Onofri decide di rivederlo all’opera altre due volte a Prà e poi a Matera. Fugato ogni minimo dubbio, arriva la grande notizia.
Stelle nascenti. Chiamatele come volete. L’importante è farne parte e Claudio Marchisio c’è. Con personalità, qualità, senso tattico e dinamismo, Marchisio raffigura in pieno il centrocampista moderno, capace di trasformarsi in ogni occasione.
Zenga, Eranio, Ferri, Fabio Cannavaro, Criscito, Albertini, Pirlo, Dino Baggio, Figo, Inzaghi, Iaquinta. In panchina Pagliuca, Filippo Galli, Costacurta, Di Biagio, Marchisio, Schillaci, Pazzini. Basta questa formazione per capire l’importanza del Trofeo Dossena di Crema. È una All Star composta da giocatori di grido che hanno partecipato a questo appuntamento nell’arco dei 33 anni della sua vita. Quando scendevano in campo per contendersi il Dossena erano giovani e sconosciuti ai più, sognavano a occhi aperti quel futuro diventato realtà. Quella carriera che li ha trasformati in campioni affermati di fama mondiale.
Mi scuseranno i tantissimi esclusi… vi dico solo che potrei schierare almeno altre 2 o 3 squadre com-petitive scorrendo i nomi inseriti nelle rose delle squadre che hanno partecipato in passato a questo torneo.
Con questo biglietto da visita, davanti a questi esempi, immagino quanto sia motivo d’orgoglio par-tecipare al Dossena. E conquistare la vittoria finale. Ci proveranno quest’anno i giocatori delle squadre di punta del calcio categoria Primavera (Inter, Milan, Juventus, Atalanta e Cremonese), la Nazionale Lega Pro, campione uscente, lo Slavia Praga e i brasiliani dell’Esporte Clube Bahia. Un lotto qualitativo che evidenzia quanto sia alto il valore della manifestazione.
Non vi nascondo che tra i tanti interessati alle vicende del torneo, ci sarò anch’io. Da sempre seguo con particolare attenzione i campionati giovanili, Campionato Primavera in testa. È un ambito nel quale esiste ancora un valore importante che il “calcio dei grandi” ha inevitabilmente perso per strada: tra i giovani le partite durano 90 minuti. Novanta minuti, novanta. Non uno di più, recuperi esclusi. Nel senso che la partita comincia e finisce con i fischi dell’arbitro, non viene introdotta e seguita da polemiche che durano giorni e giorni, caricata di tensione dalle parole della vigilia, allungata nel tempo dalle classiche code velenose di chi non sa perdere.
È calcio allo stato puro: le recriminazioni sono per i gol sbagliati più che per gli errori degli arbitri, si apprezza il gesto tecnico, il risultato sì conta, ma senza essere una ragione di vita o di morte. Dove la stretta di mano finale non è un obbligo formale, ma un naturale comportamento dello sportivo.
E allora complimenti a chi mette in piedi con passione tornei prestigiosi come questo. In bocca al lupo agli amici del Comitato Organizzatore del Dossena, all’opera da anni, senza fini di lucro, ma con l’aspirazione di vedere crescere sempre di più questa loro creatura. E la soddisfazione di vedere ogni anno i riscontri che aumentano. Quanto ai partecipanti, ai giocatori che scenderanno in campo, basta rileggere il mio “Top 11”, quella formazione ricca di campioni. E giocare le partite di Crema con un sogno. Il sogno, in un giorno futuro, di togliere il posto a uno di quei magnifici protagonisti della storia del calcio.
Viviamo una singolare contraddizione, tutti noi appassionati di calcio italiani. Stiamo per immergerci nell’avventura dei Mondiali portandoci da casa la Coppa che abbiamo vinto 4 anni fa, ma contemporaneamente ci sentiamo improvvisamente poveri. Ovvero: siamo i Campioni del Mondo in carica ma da tre anni in qua siamo ridotti a comparse del grande calcio per club, subendo lo strapotere degli inglesi, del Barcellona e la rimonta delle squadre tedesche che stanno per sottrarci un posto in Champions League.
Come sempre accade, le analisi di una crisi possono assumere accenti diversi e indicare origini diverse. Ma almeno una certezza dovrebbe esserci: che, data la situazione attuale che ci svantaggia economicamente (e talvolta fiscalmente) nei confronti dell’Europa che conta, si dovrebbe puntare con decisione sulla sola ricchezza che possa restituirci un futuro. Quella ricchezza si chiama vivai; quella speranza di tornare dove eravamo, cioè sul tetto dell’Europa e del Mondo, non può che riposare sulle spalle dei giovani. Giovani che vanno formati, coltivati e poi, però, lanciati con un po’ più di coraggio, rispetto a quanto accaduto di recente.
Se vogliamo, un’altra contraddizione non meno singolare è che l’Italia annoveri tornei giovanili fra i più prestigiosi del mondo ma non sappia, evidentemente, sfruttare come dovrebbe le indicazioni che ne riceve.
Il Trofeo Dossena, insieme col Viareggio, ne è l’espressione più alta. L’elenco dei campioni che, dal 1977, ne hanno scritto la storia dovrebbe bastare a convincere chiunque che son queste le ricchezze cui attingere. Si possono buttare lì alla rinfusa nomi
straordinari: Massaro, Di Biagio, Zenga, Donadoni, Inzaghi, Schillaci, Montella, Pirlo, Pagliuca, Costacurta, Miccoli, Albertini, Gilardino, Iaquinta, Pazzini, Cannavaro. Tutti questi campioni hanno giocato nel Dossena. E, per brevità, non sono stati citati tanti altri di livello assoluto. Serve altro per capirci? E dire che basterebbe poco per valorizzare davvero quel patrimonio, rappresentato dalla nostra “meglio gioventù” calcistica. Basterebbe, ad esempio, che le grandi squadre risparmiassero,ogni stagione, un ingaggio di mezzi campioni che, sempre più spesso, finiscono con lo scaldare panchine in organici ormai pletorici. Basterebbe, in realtà, crederci davvero e non lasciare che, a dare fiducia ai nostri ragazzi, arrivino società straniere, come spesso accaduto negli ultimo tempi.
Ecco, dunque, che il rinnovarsi dell’appuntamento con il Dossena ci porta, o almeno lo speriamo, una ventata di aria fresca. Una ventata di “Primavera”di cui s’avverte un grande bisogno.
L’augurio è che chi di dovere gli dedichi l’attenzione che merita.
Un razzo del solito idiota da stadio che traccia il cielo in un pomeriggio ascolano di sei anni fa e atterra sul volto di una mamma sampdoriana in trasferta con il figlio. Una tragedia alla Paparelli sfiorata. Un ragionamento banale e irritante. Io, inviato di Sky a bordocampo non posso avere una bottiglietta d’acqua e questi delinquenti portan dentro di tutto. La giornata che si allunga a dismisura con collegamenti per Sky Calcio Show. Il disgusto che sale insieme al dispiacere di avere moglie e figlia (neonata) a casa che ti aspettano. Torni in sede nella notte e trovi un amico (ora mio direttore) che ti dice: “Paolo, so che ti piace il calcio giovanile. Abbiamo preso i diritti del campionato Primavera. Ti piacerebbe commentarne le partite?” La risposta, affermativa, arriva in meno di dieci secondi. Inizia così, con un moto di repulsione spontaneo, un’avventura che ancora oggi ringrazio di aver intrapreso. Perché solo dopo una decina d’anni sui campi di A e B, ti accorgi di quanto possa essere “migliore” scendere di categoria. Perché siamo tutti portati a salire, a fare presunti passi in avanti. E io il mio passaggio professionale lo paragono con gli amici al contro-esodo estivo. Tutti bramano in coda per un agognato posto al sole e tu sulla corsia opposta, quella che ti dovrebbe portare dove teoricamente hai meno divertimento, non trovi nessuno. Di questo quanto mai falso passo del gambero cominci a rendertene conto dopo almeno un triennio di frequentazione dell’ambiente. È lì che capisci quanto sia vero, più difficile e professionalmente più stimolante il calcio di questi ragazzi giocato alle soglie del professionismo. Ora che sono sei gli anni di “specializzazione” , ho fatto mio un detto campagnolo più che mai appropriato. Ovvero “al contadino non far sapere, quanto è buono il formaggio con le pere”. Guardo molti miei colleghi ancora convinti che fare un posticipo o l’inviato in Champions sia professionalmente il top e un punto di arrivo più che auspicabile. E sorrido compassionevole. Perché non sanno quanto sia più salubre l’aria in Primavera. In tutti i sensi. A cominciare dall’apprendimento sul campo di valori ormai persi nel calcio dei presunti Grandi. Quello che dovrebbe dare l’esempio e che invece dovrebbe prendere esempio da qui. (Il terzo tempo lo hanno inventato Napoli e Bari Primavera alla fine di un posticipo di 3 anni fa ad esempio).
Passando anche e soprattutto con l’instaurare rapporti diretti e veri con atleti e allenatori che non hanno perso il contatto con la realtà. E che non lo perderanno an
che dopo il salto di categoria (Vero Bonucci, Poli, De Ceglie, Giovinco, Lanzafame, Paloschi e Balotelli? Si, anche e soprattutto Balotelli! Uno che, a dispetto di quello che si dice e che può apparire, viene ancora oggi al sabato pomeriggio a vedersi i match degli amici della Primavera a Interello).
Alcuni di loro nel giugno di quattro anni fa venivano in studio a Sky al mattino, ospiti di 100% mondiale, la trasmissione di cui ero autore. Li invitavo io perché in quel momento i calciatori “veri” erano in vacanza e loro alla fine erano sempre disponibili quanto gradevoli in video. Bisognava pur sempre parlare di calcio durante un Mondiale! E chi meglio dei campioni del futuro poteva farlo. Ricordo che quando alla fine della diretta di tre ore si andava a mangiare un boccone insieme, i nove-dieci di loro che venivano a rotazione rispettavano una sorta di dieta in bianco con la motivazione che “stasera ho il match a Crema, al Dossena. Giochiamo contro una squadra straniera e corrono come missili.” Inutile snocciolarli quei nomi che han fatto la storia di questo torneo. Nei miei ricordi il comune denominatore resta comunque la loro professionalità nonostante la stagione fosse finita. Non sgarrare su una semplice birra a pranzo resta da interpretare come forma di rispetto per i tuoi compagni, il tuo club e per un mister che il più delle volte ha preparazione e attributi pari se non superiori ad allenatori della massima serie. Perché per allenare un ragazzo delle giovanili bisogna saper miscelare più ruoli. Padre, fratello, tecnico, educatore, psicologo, miglior nemico o peggior amico. Prandelli e Gasperini lo sanno ad esempio perché hanno cominciato da lì. E non a caso restano tra le figure più pacate e apprezzate. Per quello quando vedo e sento loro colleghi sbandierare, quasi sempre alzando i toni, la propria “gavetta” nel calcio minore, torna fuori il sorriso di cui sopra.
Nel tennis il prestigio di un torneo viene solitamente valutato in base all’albo d’oro e alla tradizione. Applicando gli stessi criteri al calcio giovanile, il Trofeo Dossena si è meritato negli anni un posto di primissimo piano. Sarebbe però riduttivo limitarsi a considerare i nove campioni del mondo e i due Palloni d’Oro che hanno trovato anche in questa manifestazione la spinta per ottenere i successi più importanti sulla scena internazionale. Il segreto dei più grandi tornei giovanili del mondo è ricondu-cibile piuttosto a una parola sola: passione.
La passione, naturalmente, è quella dei ragazzi. Nelle squadre Primavera i giocatori non sono più bambini e non sono ancora uomini: è un momento delicato della loro formazione tecnica e umana, l’ultimo piolo della scala. L’ultima nuotata vicino a riva. Poi, solo un po’ più in là, c’è il mare aperto con tutte le difficoltà e le esperienze che segneranno le loro vite. Quelli che davvero riusciranno a trasformare il loro sogno nel più bel lavoro del mondo non potranno però mai dimenticare i loro esordi: con le aspettative, i desideri, le paure, le ambizioni tipiche di un evento come il Trofeo Dossena. Nell’era dei reality e dei talent show anche questa è un’occasione, una vetrina, un pal-coscenico. Le dinamiche del calcio giovanile sono diverse da quelle che muovono i professionisti, ma i più bravi di solito sono i ragazzi che mettono la loro individualità al servizio del collettivo. Conta vincere, certo, ma conta soprattutto dimostrare di avere la testa e le gambe per farlo. In un torneo gli episodi fannola differenza, ma gli osservatori presenti in tribuna e i dirigenti dei grandi club sanno andare oltre il risultato finale.
La crisi economica ha finalmente spinto i presidenti delle società italiane a considerare il settore giovanile una necessità e non un lusso. E le regole dell’Uefa, con l’obbligo di inserire nella lista europea una serie di giocatori cresciuti nel vivaio, hanno generato una differente e più oculata politica. L’impressione, però, è che stia cambiando anche la filosofia dei club, che il sottile piacere di vedere in prima squadra i giovani cresciuti in casa stia contagiando presidenti e direttori sportivi da tempo fedeli al motto del “tutto e subito”. Per una volta le norme e il buon senso vanno a braccetto lungo la strada migliore per garantire il futuro del calcio. E la regolamentazione fiscale ipotizzata da Platini per il 2012 potrebbe completare il lavoro iniziato in campo dallo splendido Barcellona di Pep Guardiola, costruito sui ragazzi della “cantera”.
Quello del Barça è l’esempio più eclatante, forse perfino il manifesto del calcio del futuro. Senza arrivare a certi livelli di perfezione, resta il concetto di partenza: il settore giovanile è una risorsa imprescindibile, una miniera che non potrà mai svuotarsi come un portafoglio. Anzi, di quel portafoglio sarà il miglior sistema di protezione. E se Mourinho boccia i giovani d’oggi accusandoli di pensare solo ai soldi e alla Ferrari, sta proprio a loro rispondere con un comportamento professionale, rigoroso e maturo.
Quello che ci auguriamo che accada nei settori giovanili, in controtendenza con il recente passato, è una maggiore cura dell’aspetto tecnico. Vedere ragazzini di tredici o quattordici anni che parlano di diagonali ma non sanno fare un cross ci intristisce un po’, perché il pallone non può mai diventare un oggetto secondario del gioco. La corsa e la tattica aiutano a crescere e a vincere, ma la magia è nel pallone. Quando Luis Figo si presentò a giocare al Trofeo Dossena usava già sapientemente i due piedi e pazienza se a volte non teneva la posizione. Non tutti, ovviamente, possono sperare di diventare Figo, però tutti devono avere la possibilità di divertirsi e di crescere in un ambiente sano e sportivo. Il pallone è gioia, i ragazzi lo sanno. E al Trofeo Dossena lo mostreranno a tutti.
Un calcio al pallone e… via! Dai campi di calcio alla scrivania. Con il solito impegno e la solita determinazione. Demetrio Albertini, il “metronomo” del Milan e della Nazionale, attualmente ricopre il prestigioso incarico di vicepresidente della Federazione Italiana Gioco Calcio. Chi l’avrebbe immaginato? Conclusa la sua brillante carriera da calciatore nel 2005 con la maglia del Barcellona, dal giugno del 2006 viene nominato vice commissario straordinario della FIGC. Inizia da qui la sua nuova “vita” professionale.
“Quando giocavo pensavo solo a essere calciatore, a far bene il mio compito, senza pensare a quello che mi avrebbe riservato il domani e invece eccomi in questa nuova veste”.
La svolta, improvvisa, arriva quando sembrava già segnata la strada. Quella che al corso di allenatore, anche per una questione puramente personale e culturale. Poco prima dell’inizio del mondiale in Germania però, sono stato chiamato per dare il mio contributo in Federazione. Il momento era molto delicato per il calcio italiano, ma comunque ho accettato l’incarico con slancio ed entusiasmo. Ciò che ottieni in questo ruolo è completamente diverso da quando sei calciatore, mi sembra ovvio. Ma comunque non mancano risultati e soddisfazioni personali che ti gratificano”. Ei tifosi dei Milan con Demetrio Albertini, una delle ultime bandiere del calcio italiano, di soddisfazioni ne hanno avute. Basta ricordare che fra l’imponente palmares dell’ex centrocampista rossonero spiccano cinque scudetti (1991/1992, 1992/1993, 1993/1994, 1995/1996, 1998/1999) che hanno fatto la storia del Milan.
“Nel Milan di belle emozioni ne ho vissute tante, è davvero difficile dover scegliere qualcosa. La partita più bella che ricordo con la maglia rossonera? Beh, sarebbe stato troppo facile dire la finale contro il Barcellona del ’94 quando ho alzato la Coppa Campioni. Vorrei invece ricordare la mia partita di addio al calcio giocato. Era il 15 marzo 2006 e a San Siro c’erano oltre a tanti campioni anche molti amici. C’erano i tifosi, la società, tutti quanti mi hanno manifestato la loro gratitudine, la loro stima. Ma anch’io sarò sempre riconoscente a tutte queste persone per l’affetto che mi hanno dimostrato in tutta la mia carriera. È stata una partita particolare, una serata che ricorderò per sempre”.
E sullo sfondo dell’ascesa calcistica c’è il Dossena. Era il 1989 e la truppa rossonera sbarcava a Crema sotto la guida di Andrea Valdinoci. Una squadra con ottime credenziali. Insieme ad Albertini, tra i tanti giovani anche Pessotto, Antonioli, Toldo.
“Bella squadra. In quegli anni abbiamo vinto molto a livello giovanile perché il Milan curava molto il giocatore ma anche l’uomo e ti faceva crescere. È per questo che poi molti sono arrivati in alto”.
Un calcio che non metteva troppe pressioni, diverso da quello odierno anche a livello di ragazzi. “Non è possibile fare un confronto tra il calcio giovanile di allora e quello di oggi. Adesso riscontro sicuramente più attenzione alla tattica rispetto alla costruzione dell’uomo e della sua personalità. Inoltre ci sono tanti stranieri che a volte fanno bene, ma spesso tolgono lo spazio ai nostri giovani per poter crescere. Il nostro calcio purtroppo non aspetta. I giovani promettenti sono subito elogiati e li descriviamo come grandi campioni oppure non siamo in grado di attendere la loro crescita”.
Il destino però certe volte…
Milano, Stadio Meazza 7 febbraio 2009. È la quarta giornata di ritorno del campionato di Serie A, di fronte ci sono il Milan e la Reggina. È la mezz’ora del primo tempo e la squadra granata gioca, si difende bene e riparte. Il gol è nell’aria. Una perfetta triangolazione Cozza- Krajcik-Corradi mette in condizio-ne Davide Di Gennaro di battere di prima intenzione l’incolpevole Abbiati. La Reggina è in vantaggio.
Impazzisce di gioia Di Gennaro che esulta, poi si mette subito le mani tra i capelli perché tredici anni di Milan non si possono scordare in un battito di ciglio. “È stata una grande emozione, dopo tanti anni che giochi con la maglia del Milan e fai il primo gol in Serie A proprio contro la tua ex-squadra è una sensazione forte; è successo qualcosa che faccio ancora fatica a spiegare”. E come non capirlo. Arriva al Milan all’età di 7 anni, passa attraverso tutte le squadre giovanile fino a diventare il capitano della squadra Primavera. Carlo Ancelotti lo fa esordire il 19 maggio 2007 nella partita Milan-Udinese, rilevando un certo Billy Costacurta, un pezzo di storia rossonera. “Il mio esordio a San Siro? Beh, come faccio a dimenticarlo, è il sogno di tutti. L’avevo sperato sin dal primo giorno al Milan”.
Nella stessa estate, passa in prestito al Bologna in Serie B, dove fa esperienza e realizza 2 reti in 22 presenze. “La stagione in serie B è stata positiva, in più abbiamo vinto il campionato. Sono sincero, sono stato bene. La città e il pubblico mi hanno accolto bene e poi mi sono trovato all’interno di un gruppo che, oltre a essere composto da professionisti, era anche solido sotto l’aspetto umano. Con-servo tutt’ora ottimi ricordi per i rapporti personali che si erano creati quell’anno”.
Il campionato cadetto gli va stretto e nell’estate del 2008 diversi club di Serie A se lo contendono. La spunta il Genoa che lo acquista in comproprietà nell’affare che riporta l’attaccante Marco Borriello al Milan. Dopo una sola presenza, il 1° settembre passa in prestito alla Reggina dove diventa una pedina importante dello scacchiere di Orlandi.
Già, gli allenatori. Un capitolo importante della vita calcistica di Davide, che oggi con la sua maglia granata n. 88 (il suo anno di nascita) ricorda volentieri: “Ogni allenatore per me è stato importante e mi ha data qualcosa. Evani e Galbiati sono quelli ai quali sono maggiormente legato, mi ha fatto crescere molto sotto tutti i punti di vista. Filippo Galli invece mi fatto maturare tanto dal punto di vista caratteriale dandomi la fascia di capitano e quindi una maggiore responsabilità nella gestione del gruppo. Gli devo molto, spero un giorno di poterlo incontrare ancora nel calcio professionistico”.
Eproprio con quella prestigiosa fascia da capitando Davide Di Gennaro alza il Trofeo Dossena, è il 31 maggio 2007. “È proprio un bel torneo. Ricordo che ci siamo presentati con la nostra miglior for-mazione. Per me era l’ultima competizione con la maglia del Milan e poi io abito a Spino d’Adda, vicino a Crema, e quindi per me era una motivazione in più per fare bene”. Sin dai turni di qualificazioni Di Gennaro si distingue per eleganza e talento. È la fonte di gioco del Milan, ispira i compagni e realizza un gol in semifinale e una doppietta nella finalissima con l’Atalanta. Riceve il riconoscimento di miglior giocatore. “È stato un primo che mi ha gratificato. Risultare il miglior giovane in questi tornei in cui partecipano squadre di grande livello è sempre un motivo di orgoglio. E poi la finale è stata una bellissima partita. Lo stadio era affollato, non sempre si riesce a vedere una partita così emozionante, finita sul 4-4 dopo i tempi supplementari e decisa ai calci di rigore. La vittoria del Trofeo Dossena rappresenterà sempre una degna conclusione del mio percorso giovanile al Milan”.
“Per Crema e tutto il suo territorio è un motivo di orgoglio poter contare su un torneo così importante che permette di poter visionare il meglio di quello che può offrire il calcio italiano ed estero”.
Riccardo Ferri, una vita con l’Inter e ora affermato opinionista televisivo, ci tiene a ribadirlo che il Dossena “è una vetrina straordinaria”. Una carriera avvolta da molti successi che lo consacrano tra i grandi del nostro calcio, ma è proprio dalla partecipazione al Dossena che, dopo qualche mese, avviene il debutto in serie A. Un segno del destino ? Forse.
Il Grifone vola. Con una solida società, un gruppo di giocatori ben amalgamato e con l’ottima conduzione di Gian Piero Gasperini, il Genoa è la rivelazione di questa stagione di serie A. L’entusiasmo dei tifosi è alle stelle. Sogni, desideri e speranze ardono negli animi della gente. Tutto vero. Ma la giustificata euforia che si respira, non ha fatto disperdere l’umiltà e la capacità critica del tecnico di analizzare il bel momento della sua squadra. “È una piazza importante che mi sta dando grandi soddisfazioni e riconoscimenti. Sono contento di quello che sto facendo qui al Genoa. Rimango molto concentrato sul mio lavoro, cerco di non farmi distrarre perché voglio raggiungere importanti traguardi per questa società”. Il suo credo è sicuramente quello di un calcio assai gradevole, offensivo e innovativo, basato sulla forza del gruppo. Un metodo che anche al Genoa è stato applicato con successo e i risultati non sono mancati.
“È sempre piacevole ricevere degli apprezzamenti positivi per il gioco che esprimiamo. Però, come tutti sappiamo, quello che conta alla fine nel nostro lavoro è di fare punti e per il momento ci stiamo riuscendo. Sono convito che giocare bene comunque aiuti a fare dei risultati”.
L’attuale impostazione di Gian Piero Gasperini è il frutto di una carriera di allenatore iniziata nel 1994 nel settore giovanile della Juventus, partendo dai Giovanissimi, passando agli Allievi fino alla Prima-vera. “L’esperienza bianconera per me è stata la palestra fondamentale, mi ha dato l’opportunità di imparare a fare l’allenatore. Ho avuto davanti a me esempi importanti con i quali potermi confrontare come ad esempio Carlo Ancelotti che a quei tempi era il tecnico della prima squadra. E poi, non di-mentichiamo, che era l’ambiente della Juventus”.
Dopo una serie di anni di anonimato, per il settore giovanile bianconero, proprio con Gasperini arrivano importanti segnali di rinnovamento: “Sono stati i primi anni in cui la Juve iniziava a diventare veramente competitiva a livello Primavera. Ho avuto il piacere di allenare ottimi ragazzi che poi hanno fatto carriera. È stato il primo passo, il primo segnale della società di dare importanza al settore giovanile. Un lavoro che anche oggi a Torino sta continuando a dare i suoi risultati”.
Nella stagione 2003/04 inizia la sua carriera professionistica con il Crotone (dove rimane per tre stagioni) centrando subito una straordinaria promozione in Serie B. Dall’estate del 2006 passa alla guida del Genoa: vince il campionato cadetto e riporta i rossoblù nella massima serie. Nelle stagioni 2007/08 e 2008/09 le sue ultime riconferme nascono non solo dal raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla società, ma anche per il bel calcio espresso. La cura nei particolari è una costante che Gasperini applica in ogni sua squadra: “I metodi didattici e di insegnamento appresi nel settore giovanile cerco di adattarli anche ai professionisti. L’aspetto tecnico e tattico, il saper stare in campo, sono fattori a cui tengo molto”. Forse è proprio questo il segreto di Gasperini. I metodi di lavoro e la sua professionalità. Qualità che furono già apprezzate nelle quattro consecutive apparizione al Trofeo Dossena (dal 1999 al 2002) con la Primavera della Juventus. In quegli anni vestivano la maglia bianconera i giovani Andrea Gasbarroni, Giuseppe Sculli, Matteo Paro, Aboubaka Fofona, Antonio Mirante, Viktor Boudianski e Antonio Nocerino, solo per citarne alcuni.
Sono ancora vivi i ricordi della kermesse cremasca nella memoria di Gian Piero Gasperini.
“Il Trofeo Dossena è un torneo molto qualificato. Per noi allenatori rappresentava un appuntamento importante per vedere all’opera i giocatori che avrebbero poi composto la rosa dalla Primavera nella stagione successiva. Ci sono sempre state belle squadre, le migliori scuole calcistiche italiane e internazionali. Tutt’ora lo considero un torneo di riferimento. I miei complimenti a tutte le persone che riescono ad allestire da molti anni una manifestazione così prestigiosa”.
Questa è una delle tante scommesse vinte da Mino Favini. Era il 2002 e il “maestro”, responsabile del settore giovanile dell’Atalanta, con il suo solito modo pacato e disponibile, fece una promessa al Comitato Organizzatore: “Anche quest’anno al Dossena ci saranno giovani interessanti. Di solito non mi piace fare nomi, ma stavolta mi sbilancio e segnatevi questo nome: Giampaolo Pazzini”.
Sono passati solo pochi anni dall’ultima apparizione di Pazzini al Trofeo Dossena e oggi è una delle più belle promesse del calcio di casa nostra. Con i suoi gol sta facendo sognare ad occhi aperti i tifosi doriani, confermando tutto quello che di buono si era detto e scritto fin dai suoi esordi nelle giovanili dell’Atalanta.
“Mino Favini è stata una persona molto importante. Mi ha aiutato in campo, ma anche nella vita. Gli sarò sempre grato per quello che ha fatto per me perché non è facile allontanarsi da casa così giovane lasciando genitori, amici e gli affetti più cari”.
A 14 anni infatti lascia il tranquillo Monsummano Terme in provincia di Pistoia e si trasferisce a Bergamo. Un bel salto dal Margine Coperta, squadra dove Pazzini tira i primi calci, all’Atalanta dove cresce passando attraverso tutte le squadre del settore giovanile: “Iniziai con i giovanissimi fino ad arrivare alla Primavera. A Bergamo ho avuto la fortuna di giocare e lottare sempre per i primi posti della classifica con squadre altamente competitive e composte da ragazzi con ottime qualità sotto tutti gli aspetti”. Ma di solito dietro un grande gruppo, specie a quell’età, c’è un bravo condottiero, abile a guidarti in campo ma non solo, e Giampaolo questo lo sa: “Pala, Perico, Finardi e Butti sono gli allenatori con i quali ho trascorso i miei anni nell’Atalanta. Posso tranquillamente dire che ognuno di loro mi ha data qualcosa, aiutandomi ad arrivare nei professionisti. Li conserverò sempre nei miei ricordi”.
Impossibile dimenticare il campionato 2003/2004 che segna il suo debutto in Serie B. Con gli orobici disputa 39 partite e realizza 9 reti. L’Atalanta ottiene la promozione in Serie A e Pazzini si fa subito notare nella prima parte della nuova stagione siglando 3 reti in 12 presenze. A gennaio del 2005 passa alla Fiorentina dove rimane fino al dicembre del 2008. A gennaio 2009 il trasferimento a Genova, in riva al mare, sponda Samp. È l’inizio di una nuova era. I tifosi doriani lo acclamano sin dal primo giorno del suo arrivo quando, insieme al presidente Garrone, si presenta con la “mitica” maglia numero 10 che, di solito, alla Samp è riservata ai predestinati. Un’eredità che non lo spaventa. “Sono molto contento della scelta che ho fatto, la piazza, il mister e il gruppo mi hanno accolto molto bene e tutto ciò mi dà carica”. A proposito della squadra non si può essere indifferenti quando al tuo fianco ti trovi un certo Cassano. “Credo che per un attaccante sia il massimo giocare con Antonio. Ha dei colpi incredibili. È un campione”. Ai tifosi tornano in mente gli anni d’oro di Boskov, con l’accoppiata delle meraviglie Vialli-Mancini. “Il paragone a noi fa piacere, ci lusinga. Sono stati grandi campioni, hanno fatto la storia della Samp e hanno vinto tanto. Noi siamo ancora all’inizio, c’è ancora molto da fare. Abbiamo potenzialità importanti, ma dovremo dimostrarle in campo”. Pazzini il vizio del gol non l’ha perso, così come quel suo particolare modo di esultare: “Il gesto che faccio dopo aver segnato è nato inizialmente per gioco. Luca Toni faceva il gesto delle mani vicino alle orecchie che vuol dire ‘ci senti’; io allora l’ho fatto mettendo le dita vicino agli occhi, come per dire ‘vedi, mi hai visto’, nient’altro”. Il 4 marzo di quest’anno, quel gesto, lo ha ripetuto per ben due volte nella semifinale di Coppa Italia con l’Inter vinta per 3-0 e che segna la prima doppietta in maglia blucerchiata. Qualche settimana dopo, (28 marzo) Marcello Lippi lo fa esordire con la Nazionale nella gara con il Montenegro e firma il gol del 2-0.
Ma le reti che lo hanno portato nell’Olimpo del calcio sono passate anche per Crema. Nel 2002 e 2003 la corazzata dell’Atalanta con Pazzini, l’amico Montolivo, Padoin, Defendi, solo per citarne alcuni, partecipa al Trofeo Dossena, mostrando tutto il suo valore. “È stata una bella esperienza all’interno di un torneo importante. Ho incontrato squadre anche internazionali di prestigio. Nel 2003 avevamo vinto ai rigori la semifinale contro la Nazionale di Serie C e avevo fatto un gol io e uno Fumarolo. Poi, purtroppo, abbiamo perso 2-0 la finale contro il Boca Junior, una squadra completa e con giocatori fortissimi. Mi ricordo proprio tutto! Un pronostico su chi vincerà il Dossena 2009? Beh, una finale Atalanta-Samp non sarebbe poi male!”.
Una caratteristica che mi piace del trofeo “Angelo Dossena”, che anche quest’anno chiuderà alla grande la stagione del calcio giovanile in Italia, è la città dove si gioca, Crema. Da bambino, ancora non andavo a scuola, lo immaginavo come un posto fantastico, con quel nome da dolce goloseria: un paese fatto di case di marzapane e cioccolato come nella favola di Hansel e Gretel, con le fontane che sprizzavano sciroppi profumati e non l’acqua insipida come succedeva da noi, a Torino. Con gli anni mi è poi accaduto di passarci e di scoprire la verità, tuttavia quando mi capita di leggere che un fatto succede o è successo a Crema ancora mi ricordo quella tenera suggestione. Era un’epoca, mi pare lontanissima e non è passato neppure mezzo secolo, in cui la tv si accendeva per due ore al giorno con un canale unico, si filava a letto presto e i bambini si tenevano buoni raccontando loro le fiabe o, al massimo, con i fumetti di Topolino. Ci si allenava molto alla fantasia e in strada, talvolta all’oratorio, ci si addestrava con il pallone. Calcio e bicicletta, come il pane, burro e marmellata che si infilava per colazione nella cartella per la scuola. L’amore per il football mi nacque in uno spiazzo di sanpietrini e ciuffi d’erba e quando vedo in campo i campioni mi chiedo se sia stato così anche per loro, adesso che ai giardini pubblici piazzano i cartelli con il divieto di giocare a palla e mi sembra che la passione per il football si possa coltivare, da piccoli, soltanto nella scuole-calcio o davanti alla televisione. Certo, sono cambiate molte cose. Anche nel modo in cui i giovani affrontano una partita, con meno libertà nella testa, con più disciplina e rigore tattico anche se alla fine vedo che a far vincere sono proprio i ragazzi che hanno conservato il talento di osare. Dicono che il tatticismo giovanile sia un male che trasmette i difetti al calcio italiano di alto livello e probabilmente lo è perchè, sarà la nostalgia di un uomo di mezza età, però mi sembra che una volta si giocasse meglio, i difensori sapevano difendere, gli esterni saltavano l’uomo, c’era in genere più tecnica e in Italia esisteva una scuola di portieri unica al mondo. “Ne crescono pochi bravi perchè, quando io ero bambino, ti davano le occasioni per sbagliare, ora ci sono portieri di 14 anni che alla terza partita con qualche errore finiscono in panchina. E invece di insegnare loro a superare le due grandi paure con cui un portiere si confronta, l’impatto con la palla e quello con il suolo quando ci si tuffa, li si addestra a giocare con i piedi”. Questo mi ha raccontato di recente Angelo Peruzzi, un grandissimo. Così come la crisi dei difensori che anche in serie A “perdono” troppo facilmente il proprio uomo la si attribuisce al fatto che fin dalle giovanili non si insegna più la vecchia marcatura ma si pratica la “zona”. Non so se sia tutto esatto ma deve esserci un fondo di verità e credo che i grandi tornei, come è il “Dossena”, siano non soltanto la vetrina dei talenti ma anche lo specchio della loro preparazione e, sicuramente, l’occasione per discutere di cosa funzioni e di cosa vada ricorretto nella formazione tecnica dei giovani. Sono cambiate molte cose. Per fortuna non lo spirito e la passione con cui un gruppo di persone lavora a costruire ogni anno dal maggio 1977 una manifestazione come questa dalla
quale sono passati i migliori campioni che abbiamo visto affermarsi negli ultimi 30 anni. Anche nella trentatreesima edizione lo sforzo di mantenere alto il livello è stato premiato dalla partecipazione di grandi scuole, dall’Atalanta al Milan, dal Genoa alla Sampdoria che si colloca ormai ai vertici del calcio giovanile, con la conferma della forte rappresentativa di Lega Pro (ma perchè hanno voluto cambiare, era così chiaro chiamarla serie C?) e l’arrivo di due formazioni straniere che saranno un bel punto di confronto con il nostro calcio, soprattutto i brasiliani del Grêmio vincitori del passato torneo. Infine il ritorno del Pergocrema, che vinse le prime tre edizioni. Perchè il passato è passato ma ogni tanto è bello ritornarci.
Personalmente sono molto legato al mese di giugno, in particolare all’11. È il giorno prima del vostro torneo, ma è soprattutto la data di nascita di mio padre, Giuseppe. Con il torneo Dossena il nome di mio padre non ha alcun legame, ma io lo trovo nella sua presenza a bordocampo nelle partite di quasi trent’anni fa, quando io – studente liceale – giocavo a calcio e inseguivo un sogno pur intuendone l’utopia.
I padri sono un elemento centrale di ogni manifestazione e molti di loro saranno a bordocampo durante le partite della 33a edizione del torneo. Alcuni, come il mio, solo per dare un sostegno a un figlio che spera troppo e che dovrebbe studiare di più, altri nella speranza di vedere il proprio ragazzo fare qualcosa di magico, uno scatto, una parata, un dribbling, un gol. Sì un gol, magari decisivo. E di vedere qualcuno, magari, prendere appunti nello stesso momento. Gli uni e gli altri, i padri disincantati e quelli speranzosi condivideranno però le emozioni dei figli.
È una delle magie del calcio, in alcuni casi una delle maledizioni del calcio giovanile. Ma il torneo Dossena ci ha abituato a scene più complesse, perché qui siamo davvero alle porte del calcio che conta. Giocare su questi campi in questa stagione getta un ponte lungo trentatre anni, e collega tra di loro i gol di Filippo Inzaghi e di Giampaolo Pazzini. Che ora condividono il presente in serie A dopo il lungo inseguimento del secondo al primo. Ma unisce in qualche maniera i destini di gente anche diversissima, come Amelia e Zenga portieri agli antipodi per l’interpretazione del ruolo e il destino: il primo ha dovuto lasciare la squadra che amava (la Roma) per affermarsi in A, il secondo non avrebbe saputo vivere senza Inter e dopo aver legato tutta la sua carriera di calciatore ai nerazzurri ha ripreso a inseguirli sognando di allenarli.
Perché i sogni non muoiono mai, si trasformano e basta. Puoi soddisfarli, sfamarli ma poi torneranno a crescere, a chiederti di più. I ragazzi che si affronteranno a Crema a giugno vivranno le stesse emozioni dei loro predecessori, alcuni non avevano l’iPod e la musica nelle orecchie a tutte le ore, altri non sapevano cosa fosse un pc. Ma tutti giocavano a pallone e molti di loro sono diventati importanti con un pallone tra i piedi, alcuni
sono riusciti ad arrivare perché una notte, al Dossena, sono riusciti a far vedere cosa davvero avevano dentro. Ci è riuscito un giovanissimo Luis Figo quasi dieci anni dopo Donadoni, che qui incantò con l’Atalanta. Due campioni di una specialità senza tempo, il dribbling, il cross, l’assist. In sostanza le giocate che decidono, che – per dirla col gergo più attuale – creano superiorità numerica. Una volta li applaudivi semplicemente perché riuscivano a sorprenderti.
Ecco, la sorpresa è il trucco. La noce, il tema. State andando a vedere una partita di calcio giovanile e vorreste scoprire prima di tutti un vero campione? Cercate chi vi sorprende. Non importa in che zona del campo e con quale giocata. Chi riuscirà a inventarsi una giocata a sorpresa, non necessariamente difficile o decisiva, che sbilancerà gli avversari e vi strapperà un “però…” Ecco, segnatevi quel nome, potrebbe essere il nuovo Pirlo oppure l’Albertini del primo Milan di Sacchi. Oppure ancora il Cannavaro che tanto serve a Lippi in questi mesi. La sorpresa può giocare nel Grêmio che qui ha vinto un anno fa oppure nel Pergocrema – e magari passare al Milan l’anno prossimo – come nella Sampdoria o nell’Atalanta, o nel Milan. L’elenco delle squadre che parteciperanno a questa 33a edizione è così ricco che emoziona anch’esso.
Perché se ami il calcio, già leggere i nomi di alcuni club ti fa correre un piccolo brivido lungo la schiena, pensare a quando anche tu da ragazzo avevi in canna il colpo a sorpresa che forse avrebbe potuto conquistare tutti, anche solo per una notte, per una partita. Il sogno del calcio, del resto, è proprio questo. Gli euro, la fama e il resto… tutta “roba” che viene dopo e che un po’ soffocherà questi ragazzi: ditegli, urlategli, ripetetegli ogni giorno che stasera debbono divertirsi. Perché il calcio più bello è questo, importante e spensierato, giocato da ragazzi. Sarà il più bel ricordo che potranno portarsi nel cuore per tutta la vita, loro e i loro padri arrivati sin qui per vederli.
In questo calcio scorsoio, che è pronto a strangolare tutto il bello di questo sport, parlare del Trofeo Angelo Dossena è un modo per respirare un po’ di aria pura e ricordare che non si vive soltanto di soldi, merchandising, diritti tv, ingaggi da ritoccare, stranieri (sconosciuti e nemmeno tanto bravi) da importare, spese e ricavi. Il calcio come un fatto anche educativo e non soltanto come un affare. Sono giorni di caos disorganizzato, dove il calcio italiano sta facendo moltissimo per farsi male e perdere quel poco di credibilità che gli è rimasto addosso, ma scoprire che il Trofeo Dossena è arrivato alla 33ª edizione è un segnale che le buone idee, se coltivate con passione vera, possono resistere anche in tempi difficili.
Atalanta, Milan, Genoa, Nazionale di Lega Pro, Sampdoria, Pergocrema, Grêmio e Us Select Team Ny: otto squadre, con progetti differenti, stili e storie diversi; ce n’è quanto basta per immaginare una settimana di bel calcio. Se non conta partecipare, ma soltanto vincere, se non esiste più una linea di equilibrio nei giudizi (o è un trionfo oppure un fallimento), allora è giusto che non ci sia sempre meno spazio per i ragazzi e che l’organizzazione dei settori giovanili sia considerata un peso per le società, un obbligo regolamentare, una necessità di facciata e alla fine anche un onere gestionale in più. Se invece il calcio è ancora uno sport e non soltanto uno spettacolo fine a se stesso oppure un’occasione di affare, coltivare i giovani, farli crescere, insegnare quanto siano importanti i fondamentali del calcio, ma anche quelli che una volta si chiamavano valori, è un modo per migliorare questo pallone mai così povero di idee, che continua a vivere felice e litigioso sull’orlo del precipizio.
Non si tratta qui di rimpiangere i tempi andati, quando si viaggiava in carrozza e nemmeno di provare a riproporre il calcio con i palloni di cuoio; per fortuna, si va sempre avanti, però è venuto il momento di capire che tipo di futuro abbiamo in testa. Chi organizza il Trofeo Dossena ha dato una risposta chiara, semplice, concreta, privilegiando i fatti alle parole. Sono tantissimi i ragazzi che sono transitati da Crema e hanno fatto carriera: due “Palloni d’oro” (Cannavaro e Figo), sei campioni del mondo (Cannavaro, Pirlo, Inzaghi, Gilardino, Iaquinta, Amelia), tanti vincitori di Champions League, grandi portieri (da Zenga a Toldo, passando per Pagliuca), moltissimi goleador. Ce n’è per tutti i gusti; è il denominatore che è comune. La passione per il calcio, l’entusiasmo, la voglia di fare, tutto quanto serve per crescere ed entusiasmarsi intorno a un pallone. Soprattutto in tempi poco divertenti.
Sono tante le cose che ti vengono in mente quando leggi la storia del Trofeo “Angelo Dossena”. Innanzitutto l’età, trentatre anni, ovvero almeno un paio di generazioni di giovani calciatori a confronto. Poi i nomi delle squadre che hanno partecipato e vinto, società che hanno fatto e fanno la storia del calcio, con quel tocco di internaziona-lità che rende il torneo tra gli appuntamenti di categoria più attesi. E poi naturalmente i giocatori, e che giocatori! Scorrendo l’elenco di coloro che hanno partecipato al “Dossena”, non puoi non soffermarti sui nomi di Schillaci, Cannavaro, Figo, Pirlo, Inzaghi, Canizares, ti sembra quasi di assistere a una passerella di all stars pronte per il grande salto di categoria. Te li immagini però ancora ragazzi sognare grandi palcoscenici e grandi folle, desiderosi di mettersi in luce perché spesso è in questi tornei, piuttosto che nei propri campionati, che ti capita in tribuna l’osservatore giusto, quello che ti aiuterà nel grande salto. Non ho avuto la fortuna di conoscere la persona alla quale il trofeo è intitolato, ma ho scoperto trattarsi di un medico sportivo molto vicino ai giovani, alle loro problematiche, e non parlo solo di quelle salutistiche. Credo che lo spirito del trofeo ricalchi proprio quello a cui Angelo Dossena aspirasse, ovvero il giusto inserimento dei ragazzi nella realtà quotidiana, passando attraverso lo sport, forse il veicolo più adatto, soprattutto se lo sport in questione è il calcio.
Certo che sarebbe bello scoprire se il dottor Angelo già immaginasse, più di trent’anni fa, come sarebbe stato il mondo del pallone di oggi.
Chissà se gli verrebbe voglia di parlare di settori giovanili, di diciassettenni che si affacciano per la prima volta in serie A, di giovani promesse sulle prime pagine dei giornali.
Perché parlare oggi dei vivai, ma soprattutto del loro utilizzo, appare non dico anacronistico ma a volte fuori contesto. Dinnanzi alle cifre iperboliche che gravitano attorno alle grandi stelle, inevitabilmente si porta i giovani della primavera, ma anche i più piccoli, a pensare che un giorno quel mondo potrebbe essere il loro, un mondo fatto di televisioni, giornali, starlette, mega ingaggi.
Fino a scontrarsi con la realtà più cruda, scoprendo che la società che tanto ami preferisce spedirti in categorie minori oppure in panchina perché c’e’ lo straniero che chissà perché deve essere sempre più forte di te.
Il discorso non è semplice né si può esaurire in poche righe, ma resta la consapevolezza che di “rischi concreti” ancora le grandi società proprio non ne vogliono correre, a meno di non trovarsi in situazioni d’emergenza. Quelle che fanno venir fuori i Marchisio e i Santon, solo per fare due nomi.
C’e’ voluta la grande crisi per far capire ai dirigenti nostrani che forse il campioncino varrebbe la pena allevarselo in casa, tanto se c’è il fuoriclasse da prendere all’estero lo si prenderà comunque. Noi italiani per certi versi rimarremo “esterofili” a vita, il che non e’ per forza di cose un atteggiamento negativo. Basterebbe solo rendersi ogni tanto conto che l’italianità, discorso che non riguarda certo solo il mondo del calcio, potrebbe a volte pagare… o meglio… far pagare di meno!
Credo che solo in un paese come il nostro ci si dimentica tanto facilmente che siamo i Campioni del Mondo, un titolo che è parso archiviato da subito o comunque sostituito nell’immaginario collettivo dai soliti problemi irrisolti di casa nostra, ovvero stadi, violenza, arbitri, moviole, scandali.
La chiacchiera da bar, alla quale tutti sono chiamati a partecipare, credo sia una delle cose più belle che produce il calcio, ma ai livelli più alti della gestione del fenomeno la chiacchiera andrebbe sostituita con progetti più seri, immediati, capaci di individuare i problemi e risolverli. Tra questi proprio la gestione e l’utilizzo dei nostri calciatori più giovani e promettenti. È davvero così difficile?
Il 5 luglio 1982 quando l’Italia dei sogni di Enzo Bearzot supera per 3-2 il Brasile di Socrates e Falcao e, una settimana più tardi, vincerà il titolo mondiale, a Cossato, in provincia di Biella, nasce Alberto Gilardino. Forse un segno del destino. A distanza di 24 anni la Coppa del mondo alzata dal grande Dino Zoff al Santiago Bernabeu è riconquistata dagli azzurri di Marcello Lippi. Alberto Gilardino, con la maglia numero 11, ne è uno dei protagonisti. Un gol di testa contro gli Stati Uniti, una costante spina nel fianco per le difese avversarie, un punto di riferimento per i compagni, tanti sacrifici coronati con la laurea di campione del mondo.
Nel 1999 Gilardino partecipa al Trofeo Dossena con il Piacenza allenato da Maurizio Braghin. Disputa due partite (13 e 14 Giugno rispettivamente contro Atalanta e Bologna), senza troppa for-tuna. Infatti, due sconfitte costringono il Piacenza all’eliminazione.
“Giocavo con la squadra Allievi, ma spesso mi aggregavo alla Primavera di Mister Braghin. Mi ricordo particolarmente di quel periodo perché con me giocavano dei ragazzi molto bravi che poi hanno esordito con la prima squadra. La chiamata per partecipare al Dossena mi fece molto piacere, significava che la società puntava su di me”. Lo staff del Piacenza aveva visto bene. Nell’ambiente biancorosso il suo nome è sulla bocca di tutti. Nella stagione 99/2000 entra a far parte stabilmente della rosa della prima squadra e il 6 gennaio 2000 mister Gigi Simoni lo fa esordire contro il Milan. Il giovane Alberto viene preferito al più esperto Arturo Di Napoli e diventa una pedina fondamentale nello scacchiere del Piacenza (17 partite 3 reti).
“Simoni ha avuto la forza e il coraggio di lanciare un ragazzino di soli 17 anni in una sfida con il Milan, non è da tutti. Come faccio a dimenticarmi quella partita! È un momento al quale sono fortemente legato, impossibile da dimenticare anche se perdemmo per 1-0, rete di Bierhoff ”.
Per due stagioni veste la maglia del Verona poi Cesare Prandelli lo chiama al Parma: è l’estate del 2003 e per Gilardino inizia l’ascesa. Con i gialloblu realizza 23 gol in campionato, classificandosi al secondo posto nella classifica marcatori italiana.
“Devo ringraziare Prandelli, mi ha insegnato tantissimo. Mi dava costantemente preziosi consigli, mi ha fatto crescere e ho passato tre ottime stagioni sotto tutti i punti di vista. Prandelli? Spero in futuro di poterlo incontrare di nuovo”.
Con l’esplosione definitiva del Gila arriva la chiamata della Nazionale.
Nell’estate del 2004, con la maglia azzurra dell’Under 21, conquista l’europeo di categoria sotto la guida di Claudio Gentile. Con gli azzurrini partecipa anche alle Olimpiadi di Atene conquistando la medaglia di bronzo.
“I grandi traguardi che abbiamo raggiunto sono merito del grande gruppo che si era creato. Un clima ideale per arrivare a qualsiasi obiettivo: eravamo uniti con uno spirito e una forza incredibile”.
Il magico fluido della maglia azzurra lo segue anche nel Parma, dove diventa l’autentico protagonista: trascina la squadra emiliana alla salvezza dopo lo spareggio con il Bologna realizzando 23 gol in campionato. Nell’estate del 2005 il Milan lo strappa alle altre grandi squadre di Serie A: è il passaggio che lo consacra al grande calcio. “Quando ho saputo ufficialmente della chiamata di Ancelotti pensavo di sognare, troppo bello…”.
“Anche quest’anno al Dossena partecipano società importanti. Un consiglio ragazzi: giocate con voglia e determinazione, con la giusta consapevolezza che il calcio è alla fine solo uno sport. Se si hanno le capacità poi si diventa comunque un calciatore, ma questo non deve diventare un pensiero fisso. Quindi, per prima cosa divertitevi, avrete sicuramente modo di farlo. A Crema gioco quasi in casa e non posso dimenticarmi di fare un grosso in bocca al lupo al Milan di Filippo Galli che lo scorso anno ha vinto il torneo”.
Il suo cuore pulsa ancora come ventinove anni fa, con la stessa passione di quel ragazzino che con la maglia del Torino vinceva la terza edizione del Trofeo Dossena.
Giancarlo Camolese, tecnico del Livorno, apre volentieri la sua galleria dei ricordi.
“Un periodo bellissimo, ho fatto tutto il settore giovanile con la maglia granata. Il Torino non era solo una scuola di calcio, ma anche di vita. Gli allenatori che ho avuto spiegavano ognuno a modo suo i concetti fondamentali del calcio come la tattica e il modo di stare in campo. Tutti però trasmettevano dei valori fondamentali come il sacrificio e l’impegno e in particolare l’attaccamento alla maglia. Anch’io adesso da allenatore cerco di trasmettere le stesse cose”.
Il mestiere di allenatore probabilmente era nel dna di Camolese, frutto di un rapporto stretto con Sergio Vatta, che lo ha formato negli anni della sua gioventù: “Mister Vatta lavorava molto oltre che sugli aspetti basilari del calcio anche su quelli caratteriali che poi mi sono serviti una volta terminata la fase del settore giovanile, davvero un ottimo insegnante”. Ma il Torino del 1979 oltre a essere guidato da un grande timoniere aveva un gruppo eccezionale.
Insieme a Giancarlo Camolese in quella rosa ci sono giocatori che poi hanno contribuito alla causa granata come Claudio Scola, Ezio Rossi, Agatino Cuttone, Gabriele Davin, Pietro Mariani e Franco Ermini.
“Con quei ragazzi avevo un ottimo rapporto e la conferma arriva dalla vittoria del Torneo Dossena in quell’anno”.
La trasformazione da giocatore ad allenatore impone a Camolese una riflessione sui diversi approcci dei giovani, dagli inizi degli anni ’80 a oggi.
“I ragazzi oggi sono cambiati, così come è cambiata la società. Non dico che sono meglio quelli di allora e peggio quelli di adesso, ognuno è figlio del suo momento. Io ho vissuto in un periodo dove c’era meno benessere e più voglia e capacità di soffrire. Da allenatore ho avuto la fortuna di avere come giovani promettenti Calaiò, Quagliarella e Martinelli che mi hanno dato delle grandi sod-disfazioni. Quest’anno è stato bello rivederli - continua in modo ironico il tecnico del Livorno - anche se mi hanno dato qualche dispiacere visti i gol che mi hanno fatto, ma questo fa parte del gioco, ovviamente”.
La Serie A, il calcio che conta, il business e la TV non fanno perdere a Camolese quelle che sono le tappe fondamentali di ciascun giovane, come il Trofeo Dossena: “Tutte le manifestazioni giovanili sono importanti, a me piace sottolineare l’affetto e la passione delle persone che ci lavorano per consentire che questi tornei vengano fatti. So quanto è difficile organizzarli e mantenerli sempre a certi livelli, come il torneo Dossena. Mi preme quindi fare un augurio a tutti voi del Comitato Organizzatore perché possiate continuare a portare avanti con serietà e dedizione un evento così importante per i giovani e tutti gli sportivi”. Proprio come ventinove anni fa.
Diciotto anni, ma già un predestinato. Sì lui, proprio lui, Roberto Donadoni passò dal Dossena, da Crema. Anno 1981, 1982. Una prima partecipazione con l’Atalanta, fugace, poi la consacrazione la stagione successiva. La finale, contro l`Udinese, il trofeo alzato. Chissà se quella sera capì che quel gesto lo avrebbe ripetuto negli anni a venire con una certa frequenza.
Donadoni oggi che accende i fari sul proprio passato. Il passato che passa dal Voltini. “La consapevolezza di partecipare, ieri come oggi, a uno dei tornei giovanili più importanti del panorama nazionale e internazionale. Si incominciava, per tutti noi l’emozione era la stessa, a sentire il profumo di un’erba che avrebbe potuto regalarti soddisfazioni. In tribuna tanta gente, gli osservatori di grandi club, l’atmosfera della semplicità ma già qualche taccuino aperto faceva presagire che il gionro dopo si sarebbe parlato di te. La tensione era quella giusta. Belli i ricordi, bella la soddisfazione di parteciparvi per ben due volte”. Di quell’Atalanta andarono avanti, mi sovviene a memoria, lo stesso Roberto e poi Barcella, il difensore, e Armando Madonna, quell’ala fantastica. Di quell’Atalanta qualcuno ha scelto altre strade, certi altri hanno percorso tortuose vie del pallone. Uno su “mille” in fondo ce la fa. È così anche nel pallone. Ieri come oggi. Come domani. Per Donadoni la crescita in nerazzurro avvenne sotto la gestione di Domenico Casati, colui che poi si legò strettamente a Ottavio Bianchi, compiendo da fondamentale “secondo” gli stessi percorsi professionali. “Ricordo – aggiunge Donadoni - la sua fermezza ma anche la sua enorme competenza. Nessuna soggezione ma sapeva come trattare noi ragazzi”. Donadoni che poi si impose nel panorama calcistico nazionale e internazionale come uno degli esterni più efficaci, dinamici e tecnici. Anche se la sua crescita è avve-nuta in altre zone del campo. Ma quella rapidità, l’abilità nel puntare l’avversario e quel pallone incollato ai piedi lo hanno destinato a ricoprire un ruolo che lo ha consacrato nel Milan e in Nazionale.
Ventisei anni dopo e dalla cattedra di commissario tecnico della squadra campione del mondo cosa si sente di argomentare sulla attuale gestione dei settori giovanili? Cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato? “Io vi ritrovo - spiega Donadoni - le stesse motivazioni di ieri, lo stesso spirito di sacrificio, anche se la globalizzazione e l’integrazione sono parti fondamentale nella gestione dei gruppi. Nemmeno la figura del tecnico è cambiata. Si pensava ieri alla educazione del ragazzo, supportato dai genitori, e alla sua eventuale crescita calcistica. Gli stessi odierni parametri. Oggi, non è un paradosso, c’è una maggiore attenzione.” Non sfugge a Roberto, senza alcuna sollecitazione che da Crema, dal Voltini siano passati negli anni giovani calciatori, divenuti successivamente campioni, esempi: Fabio Cannavaro, il nostro e il suo capitano, al Dossena vi arrivò con il Napoli. Capito?
Tra meno di un mese guiderà i campioni del mondo che da Lippi ha ereditato e che ha saputo gestire con coraggio e saggezza ai campionati europei di Austria e Svizzera. Siamo tutti con Roberto, lo sono anche i giocatori. E poi vada come vada. Quel ragazzo timido ma tosto ne ha fatta di strada. Senza mai sbandare.!
“Non ho mai allenato una squadra che ha partecipato al Trofeo Dossena, ma il vostro torneo lo conosco, eccome”. Emiliano Mondonico si può considerare a tutti gli effetti un amico e attento spettatore del Dossena. Impossibile non notare la sua presenza sulle gradinate del Voltini non in disparte o in postazioni riservate e “privilegiate”, ma unito a quel pubblico appassionato, caloroso e ruspante che gli chiede consigli, informazioni e autografi. Il “Mondo” è così: sempre disponibile e diretto, che piaccia o no, comunque non smentendo le sue genuine e sane origini. “Il calcio è uno sport in cui tutti possono esprimere il loro parere e il bello è che siamo tutti allo stesso livello, è anche per questo che vengo volentieri a vedere il Dossena, perché questo torneo è una tappa fondamentale, quasi obbligata, per un ragazzo”.
Nella lunga carriera da allenatore Mondonico di giovani ne ha visti tanti passare e a tutti ha cercato di trasmettere quei valori necessari per fare il grande salto: “Sicuramente ci vogliono qualità tecniche, ma anche maturità per poter aspirare e raggiungere certi livelli, ma purtroppo non è sempre così. Ho visto ragazzi con grandi numeri che non sono riusciti a sfondare, forse perché non ancora uomini”. Di certo Mondonico non ha dubbi su chi scegliere tra i ragazzi che ha visto crescere giorno dopo giorno: “Gianluca Vialli rappresenta sicuramente il giovane con le più grandi qualità che ho visto, mi ha fatto piacere vedere la sua crescita e la grande carriera che lo ha portato fino a indossare la maglia della Nazionale. Ricordo con piacere anche Gianluigi Galbagini che con il Verona ha disputato la Coppa Campioni”.
Per il mister di Rivolta d’Adda guardare indietro e confrontare i giovani d’oggi
non è un problema. “Non c’è nessuna differenza tra quelli di ieri e di oggi, c’è una sola cosa che unisce i ragazzi: la passione e l’innamoramento per il calcio. Maturità, dedizione al lavoro e sacrificio sono le leve che fanno la differenza”.
Romano Perticone, Davide Astori e Ferdinando Vitofranscesco hanno partecipato al “Dossena” con la maglia del Milan e oggi rappresentano delle pedine fondamentali della sua Cremonese.
“I tre ragazzi hanno disputato un ottimo campionato sapendosi misurare con giocatori di grande qualità ed esperienza. Non è stato facile per loro giocare un campionato di Serie C a questi livelli, gli servirà moltissimo, un’esperienza che li ha arricchiti sia come uomini che come calciatori”.
Anche Emiliano Mondonico conferma che la manifestazione cremasca è l’ultimo gradino da affrontare prima di approdare nel grande calcio. “Effettivamente questi tornei secondo il mio punto di vista hanno un ruolo significativo nella carriera di un ragazzo, perché permettono di confrontarti con formazioni italiane e straniere di alto livello. Ogni partita è quindi un esame”.
Tutto è pronto, tra poco si parte con una nuova edizione del “Dossena” e il “Mondo” comunque non vuole dispensare nessuna ricetta vincente, ma dà solo un suggerimento: “Di questi giovani invidio soprattutto l’età. L’unico consiglio che vi dò è quello di sapere che avete tra le mani qualcosa di importante. Quindi, impegnatevi sempre, divertitevi, ma però fate al massimo un decimo delle sbandate che ho fatto io”.
Inimitabile Mondonico.
La meglio gioventù legata al ricordo di un grande uomo. Non capita spesso, in Italia: paese che, come simbolo, ha scelto il futile e scalzato l’utile. Là dove quasi tutto è reality, bisogna scavare in profondità per portare alla luce pezzi di realtà. Costa fatica, ma ne vale la pena. Il trofeo Angelo Dossena, che la passione della città di Crema si accinge a ospitare per la trentaduesima volta, incarna questo spirito, questa volontà. Il suo “largo ai giovani” non sta stretto né alle ambizioni, manifestate con stile, nè alle esigenze, espresse con pudore. Serve a pensare. Aiuta a sognare. Più passa il tempo, più il calcio continua ad attrarre, a sedurre, a traviare. Il business efferato ne ha infiacchito l’anima, non la carne. La caccia al biberon di talento ha trasformato le kermesse giovanili in un mercato ambulante e quasi mai elegante. Il ragazzo fiuta l’aria, ma la vita è una cosa e la carriera un’altra: non sempre coincidono. Ecco perché diventa fondamentale l’apporto dei genitori, bussola irrinunciabile per evitare di perdersi nella foresta delle tentazioni e delle scorciatoie. Ci vogliono, inoltre, istruttori capaci e sensibili, e ci vorrebbero, soprattutto, giornali più aperti al problema, e non così isterici o superficiali da scoprire l’emergenza solo a abuso consumato. Dal maggio del 1977, il Trofeo Dossena si sforza di dare voce al calcio che sarà. Molti non ce l’hanno fatta. Qualcuno, sì. Cito in ordine sparso: il Donadoni atalantino, Totò Schillaci, Toldo, Costacurta, Albertini, Zenga, Pagliuca, Fabio Cannavaro, Filippo Inzaghi, Pirlo e il suo righello, Pazzini, Montolivo, Gilardino, Barzagli, Iaquinta, Amelia, Rolando Bianchi. E dal momento che la rassegna, riservata alla categoria Primavera, non è un muro ma un ponte che collega Crema al resto del mondo, vi segnalo un “certo” Luis Figo (1990, quando militava nello Sporting Lisbona) e “tale” Lars Ricken, borusso di Germania, di passaggio nel 1993. Ci sono poi altri campioni che per vincere non hanno bisogno di scendere in campo. Sono coloro che amano il calcio di un amore così totale da accettare qualsiasi tipo di sfida, a maggior ragione se abbinata ai sapori e ai doveri della terra che li ospita. Il Trofeo Angelo Dossena è dedicato a un medico scomparso troppo presto, e troppo innamorato di sport, perché Crema non decidesse di perpetuarne il messaggio e il ricordo. Allenare la memoria è ginnastica che prostra gli italiani. Non tutti, per fortuna. Ne esistono, qui e là, di reattivi e riconoscenti. La storia del “Dossena” non sarà mai riducibile a una frenetica roulette di nomi usciti e cognomi sfumati. È scuola di calcio e palestra di vita. Sorvola le frontiere, dribbla i luoghi comuni, schiva i pregiudizi. Fra i premi in palio, ce n’è uno intitolato a Giorgio Giavazzi. Abbiamo lavorato insieme per dieci anni a “La Gazzetta dello Sport”. Andrà al giocatore “più tenace e combattivo”. Erano le doti di Giorgio.
Il mio calcio è partito dai giovani. Non so se i cronisti oggi abbiano ancora la voglia – o la fissazione – di farsi talent scout. Una volta era il ruolo più gratificante. Compensava – parlo dei primi passi – l’assenza di contatti con i campioni dichiarati che vedevi solo da lontano, sul campo, o al massimo quando ci si intrufolava negli allenamenti. Ho fatto tutta la trafila, dalla D alla C alla B, prima di raggiungere la sospirata Serie A.
Una volta andava così. Per questo – credo – la competenza non era un optional. Oggi gli sbarbini arrivano e ti spiegano (!) pregi e difetti di Ibrahimovic. Sul fango di Moglia, nella bassa emiliana, ho scoperto in D Roversi e Giubertoni: hanno militato onorevolmente nel Bologna e nell’Inter.
A Prato, in C, ho segnalato un mediano furioso che si chiamava Bertini e all’Inter fu ribattezzato “il Belva”. Erano i primi approcci con il calcio: mica male – diceva il capo in redazione. E così mi sono portato dietro tutta la vita la passione di “vederli prima”. Non c’ero riuscito con Rivera e Bulgarelli e Riva e i tanti altri “contemporanei”, mi sono rifatto con i giovanissimi Tardelli e Cabrini, con Baggio, con Rossi. Con Maradona. Ho ancora una foto scattata a Buenos Aires quando, prima del Mundial ’78, mi trovai accanto a due coetanei ancora giovanotti spediti lì per rapirlo.
Erano Giovanni Trapattoni e Gigi Radice. Adesso non voglio tediarvi con le mie memorie ma semplicemente spiegare che la ricerca dei giovani talenti è essenziale alla vita del calcio e alla cultura del cronista.
Per questo ho navigato fra vivai e tornei: il primo “Viareggio”, il “Carlin Boys” di Sanremo non era-no solo manifestazioni collaterali ai grandi eventi ma una vetrina cui s’affacciavano le speranze richia-mando gli addetti ai lavori, spesso anche i tecnici di primo piano.
E la Nazionale semiprofessionisti ne sfornava in quantità, come l’Olimpica che allora radunava il meglio del meglio.
Non voglio neppure perdermi in rimpianti, ma certo l’avvento del business scatenato ha penalizzato il nostro calcio, così come l’affarismo mescolato al divismo, con il risultato di favorire solo la crescita degli attaccanti e la sparizione di difensori e portieri.
Se quarant’anni fa mi avessero detto che un giorno avremmo importato portieri brasiliani mi sarei messo a ridere: l’unico di cui si parlava, Gilmar, pareva un miracolo. D’altro canto, il calciomercato propone i rari difensori di qualità al costo dei più celebrati bomber. Ci sarà il motivo. Forse – se ci fate caso – la squadra che vince lo scudetto lo deve più a chi evita i gol che a chi li fa. Forse ho una visione particolare del gioco ma la squadra di lì cominci a costruirla.
Guardate il Milan di questa stagione. Nel tempo, chi ha spostato l’attenzione dai potenziali giovani d’Italia all’estero in nome di una finta globalizzazione, in realtà di un lucroso commercio, ha depauperato i vivai, in proiezione anche la Nazionale che, dopo avere arruolato l’argentino Camoranesi, ora medita di convocare anche il brasiliano Amaurì (a proposito, dopo, lo chiameremo Amauri?).
Ma sono certo che presto avremo un’inversione di tendenza: i quattrini son finiti, beato chi fa da sè.
Beata la Roma, insomma, che nel nome di Totti, De Rossi, Aquilani e dei tanti giovanotti sparsi per l’Italia è vistosamente cresciuta tecnicamente e si ritrova anche con i conti a posto. Adesso è di moda parlare dell’Arsenal. Vogliamo copiare dagli inglesi che pescano talenti in tutto il mondo e agli ordini di Fabio Capello possono inviare solo Theo Walcott, il boy scoperto da Eriksson? Con un po’ di competenza in più, ossservatori e cronisti possono ripristinare l’italica linea verde.
Se il “Trofeo Angelo Dossena” fosse un film, sarebbe “Ritorno al futuro”, perché, fin dalla prima ora, il torneo intitolato alla memoria dell’amatissimo ex presidente dell’A.C. Crema, ha messo in campo il calcio di domani, i campioni che applaudiremo tra qualche anno negli stadi più prestigiosi. Il “Dossena” è un’affascinante fuga in avanti. Basta voltarsi indietro per rendersene conto.
Tra i pali del torneo cremasco hanno volato fuoriclasse come Walter Zenga e Francesco Toldo. Riccardo Ferri, che al “Dossena” respirava aria di casa, metteva in mostra i suoi anticipi tempestivi. Fabio Cannavaro è passato di qui per diventare ciò che è oggi: il capitano della Nazionale campione del mondo. E, a proposito di azzurro, ricordiamo anche il nome di Roberto Donadoni, attuale c.t., che dribblava sulle zolle di Crema nei primissimi anni Ottanta, vestito di nerazzurro. L’Atalanta, giustamente fiera del suo vivaio Doc, ha rovesciato sul prato del “Dossena” numerosi talenti. Tra i più recenti: Montolivo e Pazzini, colonne della Fiorentina di Claudio Prandelli, altro protagonista del torneo.
Crema ha applaudito anche i giovani bomber Pippo Inzaghi e Alberto Gilardino, ieri a Piacenza, oggi insieme al Milan.
Per gli stranieri basta il nome di Luis Figo, a conferma della qualità eccellente che ha sempre caratterizzato il “Dossena”. Il portoghese partecipò con la maglia dello Sporting Lisbona nell’estate del 1990, segno che quelle erano davvero notti magiche.
Se la storia testimonia il prestigio del torneo, il presente ne esalta la modernità. Montolivo e Pazzini appartengono al giovane nucleo che sta alla base del felice progetto della Fiorentina. Così come Aquilani e De Rossi, cresciuti nel vivaio, rappresentano l’orgoglio e le ambizioni della Roma. L’Arsenal si è rafforzato nel tempo dando fiducia a un pugno di ragazzi di qualità, come Cesc Fabregas. L’Inter che si è affidata soprattutto a campioni già formati, prevalentemente stranieri, ha trovato invece problemi di coesione nei momenti di difficoltà. Sembra una verità acquisita: un progetto di successo ha bisogno di giovani talenti che crescano insieme e, col tempo, diventino l’anima del club, interpretandone le ambizioni con forte spirito di appartenenza.
Aggiungiamo il fatto che, in tempi di bilanci sofferti, le società faticano sempre di più a raggiungere il campione già formato e sono costrette a scommettere su ragazzi promettenti. Tiriamo le somme e concludiamo che esserci al “Trofeo Dossena”, dove passano i giovani migliori, diventa sempre più prezioso oltre che divertente.
A dare la caccia al Milan, campione in carica, nella 32a edizione, saranno: Atalanta, Sampdoria, Gremio, Spartak Mosca, Ryutsu Keizai (Giappone), Rappresentativa di Serie C e Rappresentativa La Provincia (mista tra Cremonese, Pergocrema e Pizzighettone).
Le stelline delle otto squadre giocheranno anche per succedere a Davide Di Gennaro, il fantasista oggi al Bologna che, con la maglia del Milan, vinse il premio di miglior giocatore nell’edizione scorsa.
Io guardo con affetto particolare al premio intitolato a Giorgio Giavazzi, ex caporedattore della Gaz-zetta dello Sport, scomparso prematuramente nel 1998.
È stato il mio capo, quando entrai nella Rosea. È stato lui a farmi scrivere i primi articoli “importanti”. Mi ha fatto debuttare.
Giorgio aveva lo spirito del “Dossena”: credeva nei giovani, li faceva crescere bene. A tutti i partecipanti al torneo auguro di avere sempre per il pallone la passione che Giorgio Giavazzi regalava a una pagina.
La vittoria ai campionati del mondo di Germania ha rappresentato e rappresenterà un momento entusiasmante del calcio italiano.
In una fase di grande difficoltà per l’immagine dirigenziale del calcio italiano, la Nazionale ha scritto una delle pagine più belle della storia del nostro calcio a distanza di ventiquattro anni da Spagna 1982.
Il vivaio italiano ha testimoniato la sua validità e l’Italia - dopo avere mietuto successi e risultati prestigiosi negli ultimi anni ai Campionati Europei Under 21 ed alle Olimpiadi di Atene - ha coronato il sogno di tornare ai vertici mondiali. Nella gioia che ha accomunato tutti si corre il rischio di non dare un particolare riconoscimento
ai tanti che - più di altri – hanno reso possibile questo risultato, e cioè a coloro i quali - spesso lontano dai riflettori - hanno creduto ai nostri giovani calciatori, hanno creato per loro occasioni di crescita e di confronto sportivo, hanno dato attenzione e lustro alle società che a questi giovani hanno creduto per doti tecniche e morali.
Il Trofeo Dossena può annoverarsi a pieno titolo fra coloro i quali meritano un ringraziamento particolare. Ben otto giocatori della Nazionale Campione del Mondo hanno partecipato al Dossena e fra questi spicca il nome di Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale, Pallone d’Oro: e insieme a lui giocatori che hanno contribuito in modo importante ai nostri successi, segnando gol fondamentali o comunque contribuendo sul campo o nel gruppo squadra a costituire un team affiatato e positivo come Pirlo, Iaquinta, Gilardino, Inzaghi, Barone, Barzagli e Amelia.
Quale capodelegazione della Nazionale italiana in Germania e “Presidente” per alcuni anni della squadra della Lega di C - prima del fruttuoso periodo di valorizzazione dei giovani intervenuto sotto la Presidenza di Mario Macalli -
sono particolarmente lieto di ricordare in occasione della XXXI edizione del Trofeo
Dossena questo splendido rapporto fra il Dossena e la Nazionale. Con riconoscenza
e affetto nei confronti del Dossena che tanto ha fatto e sta facendo per la valorizzazione dei giovani talenti italiani e con la fiducia che il sogno che si è
avverato a Berlino abbia a ripetersi e a ricordare a tutti noi che la magia del pallone e del giuoco del calcio deve continuare a esserci sempre vicino e che noi dirigenti sportivi dobbiamo consentire a questa magia di accompagnarci nei prossimi anni
unendo alla passione che ci anima, un grande senso di responsabilità e comportamenti virtuosi e positivi.
La sua personalità, le mani fatate, il senso della posizione e la sicurezza
che trasmetteva a tutta la squadra si erano già viste nella gara d’esordio del 9 Giugno 2002. Marco Amelia, con la maglia della Nazionale
di Serie C risultò uno dei migliori al termine della partita vinta 3-1 contro l’Atalanta in cui militava uno scatenato Pazzini. Al “Dossena” il cammino degli azzurrini si interrompe in semifinale, contro il Chievo Verona ai calci
di rigore: “Sì, mi ricordo – esordisce Amelia - anche perché Mister Veneri mi consegnò la fascia di capitano per tutto il torneo e per un portiere non è un episodio che accade spesso. Ho passato dieci giorni piacevoli, eravamo in ritiro sul lago d’Iseo, il gruppo era affiatato, peccato non essere arrivati in finale, forse meritavamo qualcosa in più. Comunque il Dossena mi ha portato fortuna”. Infatti nell’estate dello stesso anno è uno dei portieri più ricercati. Se lo assicura il Livorno e l’allenatore Roberto Donadoni gli consegna la maglia di titolare in Serie B. Amelia gioca 35 partite e attira l’attenzione di molte squadre della massima serie. Entra a far parte della ristretta cerchia di portieri capaci di andare in rete: il 2 novembre 2006, durante una partita di Coppa Uefa contro il Partizan Belgrado realizza un gol all’87’ minuto e consente al Livorno di raggiungere l’1-1 finale. L’azzurro è ricorrente nella carriera di Amelia: prima al “Dossena”
con la Nazionale di Serie C, poi arriva la chiamata dell’Under 21 di Claudio Gentile con la quale conquista gli Europei nel 2004.
Tocca il cielo con un dito quando Marcello Lippi lo convoca per i mondiali. “Fantastico – prosegue Marco - sono stati cinquanta giorni durante i quali ho vissuto fianco a fianco con grandi campioni da cui ho imparato molto. Non ho giocato, ma ho vissuto forti sensazioni come il pre-partita, l’intensità degli allenamenti e tutto questo a livello professionale mi ha fatto crescere e vi posso garantire che sono esperienze che contano molto”.
Da un campione del mondo un consiglio ai giovani che si apprestano a partecipare al Dossena. Marco in maniera pacata vuole dare un semplice, ma efficace suggerimento: “Lasciate da parte quello che avete fatto e ottenuto fino ad oggi perchè non basta, bisogna invece guardare avanti e fare sempre di più e meglio”.
Il nome di Amelia rimbalza dai giornali alle TV ed è associato a grandi squadre: “Mi fa molto piacere, vuol dire che ho fatto bene. A venticinque
anni queste voci non mi spaventano, anzi mi caricano, sono uno stimolo
per il futuro”. Arrivato in punta di piedi nell’estate del 2002 al
“Dossena”, quest’anno il portiere di Frascati è uno degli uomini di punta del calcio mercato ormai alle porte. In sole cinque stagioni Amelia si è guadagnato la notorietà grazie a due semplici cose: qualità tecniche ed umane. Un esempio da seguire.
La prima maglia azzurra Andrea Barzagli la indossa con la Nazionale di Serie C, merito delle 23 presenze e 2 reti con la formazione della Rondinella e di un campionato di alto livello. È la stagione 1999-00 e Roberto Boninsegna lo segue attentamente e capisce le potenzialità di questo ragazzo. “Si mi ricordo, è stato un bel periodo della mia carriera – esordisce Andrea - ci ritrovavamo spesso per degli stage
con tutti i ragazzi che giocavano in Serie C, Boninsegna dava consigli
a tutti. Alla fine di tutte quelle selezioni fui scelto tra i 25 che componevano
la rosa dell’Under 20 di Serie C”.
Barzagli infatti supera brillantemente gli “esami” e ottiene la convocazione
al “Dossena”.
Il difensore di Fiesole timbra 3 presenze, ma la Nazionale di Serie C però ha poca fortuna. Nella fase eliminatoria subisce infatti 2 sconfitte (con Atalanta e Lazio) e ottiene una vittoria (Camerun) che non consente di
accedere alle semifinali. “Mi ricordo con piacere il Trofeo Dossena, purtroppo non siamo riusciti a vincerlo, ma comunque indossare la maglia
azzurra – sottolinea Barzagli - è sempre una grande emozione. Mi è rimasta impressa in particolare la partita contro il Camerun: fu una gara avvincente. Comunque al di là del risultato finale il potersi confrontare
con squadre internazionali è una bella esperienza, è il modo migliore per
confrontarsi e crescere”.
Conclusa positivamente l’avventura con la Nazionale di Serie C al “Dossena”, dalla C2 con la Rondinella, fa il suo esordio in Serie B nel 2000 con la maglia della Pistoiese.
L’anno seguente entra nella rosa dell’Ascoli in C1, dove con 46 presenze e 3 reti in due stagioni si mette in mostra, attirando l’interesse del Chievo.
Con la formazione veronese debutta in Serie A nella stagione 2003/04 (29 presenze, 3 reti). È la consacrazione. La solidità difensiva e la forte personalità lo mettono in mostra come uno dei migliori giovani del nostro calcio. Nel maggio 2004, con la maglia azzurra dell’Under 21, conquista l’europeo di categoria sotto la guida di Claudio Gentile. Con gli azzurrini partecipa poi anche alle Olimpiadi di Atene ottenendo la medaglia di bronzo. È tra i giocatori più gettonati del calcio mercato del 2004.
Il Palermo lo vuole a tutti i costi e vince la concorrenza della solite grandi
squadra. Da tre anni è un punto fisso e irremovibile della retroguardia rosa
nera. Un particolare che non sfugge a Marcello Lippi che lo fa seguire in
ogni sua uscita. Il 17 novembre 2004 fa il suo esordio nella nazionale maggiore; Italia-Finlandia finisce 1-0.
La professionalità, la duttilità tecnico-tattica e la capacità di “fare
gruppo”, convincono definitivamente Lippi a convocarlo tra i 23 azzurri
che partecipano al Mondiale di Germania 2006. “È stato emozionante
quando mi hanno comunicato di fare parte del gruppo dei convocati per i campionati del mondo, il massimo per un giocatore!”. I mondiali non li vede solo da spettatore. Il suo esordio agli ottavi di finale nella delicata sfida contro l’Australia. Marco Materazzi viene espulso, un cenno di
Lippi indica ad Andrea di entrare in campo. Barzagli si fa trovare pronto. L’Italia vince 1-0. È titolare nel match successivo contro l’Ucraina vinto per 3-0. “Il mondiale, è un’esperienza incredibile. Il momento più bello? Sicuramente dopo l’ultimo rigore di Grosso – risponde senza esitazioni il difensore azzurro –. Ci siamo resi conto di quale impresa avevamo fatto e ciò che avevamo scatenato solo quando siamo rientrati in Italia”.
Pochi anni fa in campo al “Dossena”, ora è campione del mondo, ma Barzagli non è per nulla cambiato. “La cosa più importante è non montarsi la testa, – continua Andrea – i ragazzi che quest’anno giocheranno il Trofeo Dossena dico di non adagiarsi, arrivare a disputare il campionato Primavera è un bel traguardo, ma è solo l’inizio, un punto di partenza. I sacrifici da fare sono tanti, l’impegno deve essere costante e bisogna prendere tutto con molta serietà e professionalità”. Questo il consiglio “d’oro” di un campione del mondo.
Quella sera dell’11 Luglio 2006, al fianco di Lippi e con i giocatori della Nazionale, alza la coppa del mondo al cielo, sicuramente uno dei momenti più emozionanti della sua carriera. Narciso Pezzotti, cremasco, per la precisione di Offanengo, nonostante la notorietà e i successi non
ha dimenticato le sue origini e ricorda piacevolmente la sua partecipazione
al “Dossena”.
“Era il 1981 e allenavo la Primavera del Como con il quale sono rimasto per 5 stagioni. Quell’anno nella mia squadra avevo il portiere Simone Braglia, i difensori Luca Fusi e Giovanni Invernizzi e un giovane di nome Stefano Borgonovo. Ho un bel ricordo di quel periodo”.
Se per Narciso Pezzotti il cammino dai tempi del Como a oggi è sempre stato in ascesa, così vale anche per il Dossena: “Sono contento che una manifestazione di questo livello continui. È una vetrina per molti giocatori e un motivo di orgoglio per la città di Crema e il suo territorio”.
Pezzotti ha cominciato con Bersellini al Como e poi alla Sampdoria, proseguendo con Vujadin Boskov per poi seguirlo alla Roma. Alla Juventus
apre il ciclo vincente con Marcello Lippi al quale è legato da vincoli di profonda amicizia e stima professionale. Il tecnico viareggino lo considera uomo di fiducia per competenza e capacità tecniche e umane tanto da tenerselo ben stretto sia alla Juve sia nell’avventura in Nazionale dove
ricopre il ruolo di vice allenatore.
“In Germania è stato fantastico – commenta con grande entusiasmo Pezzotti – veramente una bella soddisfazione, qualcosa di indescrivibile, come in una favola. È il sogno della vita per chi fa il mio lavoro. Dal primo giorno di ritiro alla finale di Berlino abbiamo vissuto veramente bene e in armonia. Partiti come brutto anatroccolo ci siamo trasformati cammin facendo in un cigno”.
Marcello Lippi dopo la vittoria della coppa del mondo si è concesso una pausa di riflessione. Narciso Pezzotti invece dopo aver declinato alcune richieste, quali la stessa Nazionale, non ha potuto desistere dall’invito formulatogli da Deschamps che l’ha voluto come collaboratore tecnico alla Juventus. “Con Didier sono sempre rimasto in contatto. Ci sono persone che, evidentemente, ricordano positivamente il lavoro che ho svolto. Sarò con la prima squadra – continua Pezzotti - per alcuni lavori
particolari; al tempo stesso collaborerò con Ciro Ferrara per seguire il settore giovanile e fornire indicazioni alla società che vuole perseguire nell’obiettivo del potenziamento del vivaio.”
La società bianconera lo ha investito di questa strategica, mansione affidandosi sicuramente a persona qualificata, esperta e di massima
fiducia. Narciso Pezzotti è tutto questo.
Sono amareggiati, delusi dalle pessime derive del nostro calcio professionistico. Nel Grande Barnum degli intrallazzatori, nel tifo acritico e talvolta venato di pulsioni criminali, nella proliferazione sconsiderata di agenti di calciatori, nelle trasmissioni pallonare per urlatori, nelle moviole in cui si processano arbitri, ecco, in tutto questo loro non si riconoscono
più. Sono i tanti appassionati, i tanti amorevoli suiveurs del nostro gioco
bellissimo: vivono il lungo inverno del disincanto e spesso fanno capolino
nella Posta dei lettori sul Guerin. Gente di ogni età, che non nasconde una certa angoscia sul futuro del football e rende immediatamente comprensibile, a chi dentro il calcio lavora, l’entità dei guasti evitabili del nostro sistema e insieme la complessa digestione di un profondo
cambio d’epoca. Be’ qualche idea-guida per... sopravvivere e riuscire a godermi egualmente lo sport più bello del mondo me la sono fatta. Oggi il calcio di vertice è un pezzo portante dell’industria dello spettacolo, un comparto produttivo rilevante, anche nel nostro Paese. E come tale va considerato, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Insomma:“calcio romantico”, “attacca mento alla maglia”, “partite tutte alla domenica alla stessa
ora” sono categorie ormai inapplicabili ai fenomeni attuali.
Pessimismo? No, realismo. Si moltiplicano, attorno al pallone, addetti e funzioni (provate a confrontare l’organigramma societario di un club di Serie A negli anni Sessanta con quello di oggi...), la televisione è attrice condizionante del gioco, ma la natura profonda del football è rimasta intatta, nonostante alcune corbellerie blatteriane che hanno penalizzato i portieri, e continua a emettere sentenze inappellabili in nome della tecnica, del talento, dell’applicazione, della sagacia tattica, del lavoro
di campo. Il calcio vive di una sua irriducibile bellezza.
Anche questo è realismo. Tv padrona, e sì. È lei che stila l’agenda dei dibattiti e delle polemiche, che prova a trasformarci in ventriloqui del luogo comune. Eppure basta riflettere un attimo: stelline e chiacchiere sono appena una piccola parte emersa dell’universo calcio. Che invece ha radici profonde in un movimento vegeto e sorretto da valori ancora
solidi, dove lo sport è scuola di sane relazioni, è disinteressato
agonismo, è formazione, è volontariato degli adulti a beneficio dei più piccoli. In questo movimento s’innestano il lavoro (e lo spettacolo) del Trofeo Dossena. Un palcoscenico ambìto, uno spicchio di buon calcio da gustare senza retropensieri.
In fondo, disintossicarsi non è così difficile.
Tra i tanti tornei giovanili, il Trofeo Dossena ha conservato nel tempo fascino e dignità. La ragione è semplice: è partito all’insegna della serietà e ha sviluppato questa sua caratteristica nel tempo. Siamo arrivati a 31 anni, senza intoppi, senza sgradevoli colpi di scena. Anche questa continuità mi sembra una grandissima dote, in tempi in cui tutti vogliono inventare qualcosa e poi magari si scordano di
sostenerla. C’è un altro elemento da segnalare: la qualità. Non so se sia stata una benedizione della sorte o intuito degli organizzatori. Fatto è che ben otto dei nostri azzurri campioni del mondo sono passati per queste scene. Da Pirlo a Cannavaro,
da Barzagli, a Inzaghi, Barone, Iaquinta, Gilardino e Amelia. Tradizione non è una espressione vaga: il Trofeo Dossena se l’è costruita anno dopo anno. Oggi, in tempi di stranierismo dilagante, da questo torneo parte un messaggio: guardate ai giovani, il vivaio italiano merita molto più rispetto di quanto non gliene viene offerto. E
per vivaio italiano intendiamo anche i giovani, stranieri di anagrafe, che da noi sono nati e cresciuti e con noi si sono formati. È sempre un momento di magia quello in cui ti accorgi che in una squadra Primavera sta sbocciando un campione.
Al Trofeo Dossena mi lega anche un motivo sentimentale.
Nei miei quasi vent’anni di direzione della Gazzetta dello Sport ho visto crescere e affermarsi tanti giovani giornalisti. Uno in particolare: Giorgio Giavazzi. Lui non aveva, come tanti altri colleghi, la cosiddetta “febbre della firma”. Lui aveva il giornale nel cuore: Giorgio è stato non soltanto uno straordinario pilota della macchina del giornale, ma anche un leader, un trascinatore, un uomo che guidava il
gruppo col suo esempio. E al di là della sua generosità, un uomo di qualità, in senso assoluto. La sua scomparsa a poco più di quarant’anni ha creato un grande vuoto
nel cuore del giornale e un dolore che non si cancella in quanti, come me, hanno amato Giorgio con il sentimento doppio: del direttore e del padre, o del fratello. Ricordo come lui difendeva lo spazio da dedicare al Trofeo Dossena. E oggi noto con gioia che il suo affetto è ricambiato.
Lunga vita a questo torneo.
“Com’è andata quella sera?”
“Quale?...”
“Suvvia, il 9 luglio...”
“Da dove devo partire?”
“Da come ti è venuto il grido... È finita, è finita... il cielo è azzurro sopra Berlino”
“Ci ho pensato nel pomeriggio della finale... Ero già allo stadio Olimpico. Con Sandro Mazzola. Siamo arrivati prestissimo... Intorno alla una... Le ore non passavano mai... E allora c’è il tempo, credimi, per pensare... A tutto... Non solo alla finale, alla prima finale di un campionato del mondo, come telecronista, con l’Italia in campo... Va beh, a un certo punto mi sono detto: che cosa deve uscire dalla mia gola nel caso in cui...??? Berlino, Wim Wenders, e un altro autore, un musicista... Ma questa è una cosa che
tengo per me... Poi è effettivamente uscito... Senza sbagliare... Pensa se avessi detto: il cielo è azzurro sopra... Amburgo...!!!!!!!!
È andata bene.”
“Un gran mondiale, una cavalcata trionfale, anche per voi di Rai Sport...”
“I primi giorni di raduno a Coverciano sono stati pesanti...
In pieno scandalo calciopoli... Tutti alla gogna, dal commissario tecnico, ai giocatori della Juve, del Milan... La federazione decapitata... Al di la’ della presenza “governativa” del commissario straordinario Guido Rossi, il merito più grande va attribuito a Marcello Lippi... Ha tenuto la barra dritta, ha stretto un patto con tutto lo spogliatoio... La vera scommessa fu, al di la’ del risultato, quella di credere nei valori morali e tecnici di questa squadra... Nessun lamento mai, unico periodo critico dopo il pari con gli Stati Uniti... Da allora in poi, sì è vero, è stata una cavalcata trionfale... Beh, anche per noi giornalisti...
In simili manifestazioni sei l’interprete, il megafono della squadra... E tutta l’Italia davanti alla tv, alle tv...” “Undici mesi più tardi, cosa ti rimane di quella stupenda esperienza professionale?” “Quaranta giorni irripetibili...
L’atmosfera, i lunghi viaggi di trasferimento, in auto con Sandro Mazzola,
in treno con i colleghi, notti insonni per la tensione, notti calde, caldissime,
l’abbraccio continuo con i nostri connazionali, gente straordinariamente
felice di essere italiana in Germania, la consapevolezza che saremmo tutti andati incontro a una avventura senza limiti... L’unico vero rammarico? Il non aver assistito alla finale del Dossena... Ma c’è chi, alle sei di un dolce
mattino, mi ha mandato un sms per annunciarmi come fosse andata...”
Quando si dice che il Trofeo Dossena rappresenta un importantissimo palcoscenico per i giovani calciatori, non solo italiani, non è un semplice modo di dire. È una fotografia della realtà. Servisse anche l’appoggio dei numeri, eccolo: ben 8 degli azzurri campioni del mondo l’anno scorso a Berlino hanno calcato i campi del Dossena. È una percentuale altissima, equivale a oltre un terzo della spedizione di Marcello Lippi. Ed è una percentuale, aggiungo, che deve rincuorare i ragazzi già avviati sulla strada del pallone. Pochi arrivano in cima, lo sappiamo. Molti si perdono e molte sono le cause. Il ragazzo può non confermare le sue doti calcistiche, ed è destinato a un limbo tra semiprofessionisti e dilettanti. Oppure smette, semplicemente, per continuare gli studi o perché gli piace di più un altro sport. Oppure si stanca di essere una plusvalenza in bilancio. O non va d’accordo con il tecnico. Oppure si sopravvaluta, quando si
è giovani può capitare: crede d’essere il nuovo Baggio, il nuovo Maradona, ma così non è. Però i numeri esibiti dal Trofeo Dossena dicono chiaro che si può fare strada (e tanta, fino in cima al mondo) quando si hanno numeri tecnico-atletici e voglia di sacrificarsi, di migliorarsi.
Fabio Cannavaro, Filippo Inzaghi, Simone Barone, Andrea Pirlo, Alberto Gilardino, Vincenzo Iaquinta, Andrea Barzagli e Marco Amelia, questi i magnifici otto di Lippi. Se si volesse stravincere, si potrebbe osservare di sfuggita che il vice del nostro ct, Narciso Pezzotti, è cremasco, di Offanengo per la precisione.
Cannavaro il capitano, la roccia, il Pallone d’oro, il simbolo (e in quanto tale premiato per tutti) sui campetti del Dossena è arrivato nel 1991. Era cresciuto all’ombra di Maradona, da raccattapalle. Una grande voglia di arrivare, dentro, e una capacità di lottare che hanno compensato la non altissima statura. Il suo mondiale è un mese da mettere in cornice. Né prima né dopo ha avuto gli stessi picchi di rendimento. Inzaghi è il classico attaccante-rapinatore.
Ha sempre fatto gol, appostandosi sul filo del fuorigioco, e continua a farne: come in Germania, come nel Milan, anche se al Milan ormai ha spazi ridotti. Se c’è un pallone vagante in area è suo, se un pallone insignificante può trasformarsi in gol è Inzaghi che lo insegue, se di testa si anticipa di un nulla il marcatore il modello è sempre lui. Barone è uno sgobbone di centrocampo, di quelli perseguitati dalla dicitura “fa un lavoro oscuro”. Invece è un lavoro chiarissimo, simile a quello di Gattuso: taglia e cuci. Tagliare le azioni altrui, costruire le proprie. Il suo calcio era più geometrico con la vicinanza di Corini. A Torino si è un po’ perso. Pirlo è un regista completo, da quando ha imparato a contrastare, e di grande eleganza, cosa che non guasta mai. È, ancora, uno che ha accettato, giovane ma non più giovanissimo, di cambiare posizione: da trequartista a vertice arretrato del centrocampo. Non è da tutti. Gilardino è una punta diversa rispetto a Inzaghi: più tecnico, specie quando gioca di sponda, e meno freddo, forse meno cattivo sotto porta. Al Milan sta vivendo una stagione altalenante, il pubblico lo becca anche a sproposito. Per me resta un grandissimo interprete del ruolo. Iaquinta è veloce, talora a scapito della precisione. Pur di giocare in Germania ha fatto di tutto, saltuariamente anche il centravanti. Barzagli ha confermato a Palermo i numeri mostrati nel Chievo. Difensore solido, di quella scuola italiana che s’è un po’ annacquata negli ultimi anni. Stesso discorso per il portiere Amelia. Non capirò mai perché ci sono tanti portieri stranieri nel nostro campionato. Ma questo è un altro discorso e non c’entra col Trofeo Dossena. Buona primavera e buon calcio a tutti coloro che saranno in campo nella 31a edizione.
Il "Dossena" l’ha toccato con mano nel 1998 e gli e’ rimasto nel cuore. Fabrizio Maffei in quell’anno ritirava il prestigioso riconoscimento "Massimo Valentini", alla memoria della storico mezzobusto del TG 1 RAI. "Era la prima volta che visitavo la citta’ di Crema e ho avuto subito un'ottima impressione: un ambiente a misura d'uomo. Del Trofeo Dossena me ne avevano parlato un gran bene, dopo quella sera ne ho avuta la conferma. Ricordo con molta piacere quel particolare evento, conoscevo Massimo Valentini, un grande professionista e un esempio per tutti. In quell’occasione ho conosciuto nuovi amici e ho constatato la serieta’ e genuinita’ con la quale gli organizzatori avevano preparato l'intera manifestazione".
Nato a Roma nel 1955, giornalista e conduttore, Fabrizio Maffei e’ uno dei volti piu’ conosciuti di Rai
Sport. Nella redazione sportiva della Rai compie una rapida e brillante carriera: prima come caporedattore, poi come conduttore di importanti trasmissioni tra le quali "90’ Minuto" subentrando a Paolo Valenti (a lui nel 1984 il primo riconoscimento del "Valentini") . Maffei e’ un profondo conoscitore non solo di calcio, ma di sport nel vero senso della parola.
"AI Trofeo Dossena partecipano le formazioni Primavera e le considero composte da giocatori che si
possono considerare gia’ quasi degli autentici professionisti. Dico questa con un briciolo di risentimento: personalmente sono politiche che non condivido in pieno. In particolare, in queste formazioni, alcuni grandi club investono molti quattrini per garantirsi giovani stranieri che non sempre sono all'altezza delle aspettative. Arrivare a giocare alle soglie della prima squadra deve essere quasi un premio per chi e’cresciuto e si e’ fatto tutta la trafila del settare giovanile".
Fabrizio Maffei crede fermamente ancora nei valori della sport. "Secondo me il vero calcio giovanile lo si vede sui campetti di periferia quando magari vedi giocare i bambini che si divertono in maniera spensierata. Purtroppo, manca una certa cultura nei genitori: se la prendono inutilmente con gli allenatori perche’ non fanno giocare il loro figlio in questo o quel ruolo. Pensano di avere in caso il nuovo Totti, tanto per fare un nome, tutto questo a discapito del puro divertimento dei bambini. E’ bello poter vedere ragazzini crescere negli oratori, intendo non solo sportivamente. In questi luoghi si impara a lavorare in un gruppo per raggiungere un traguardo comune, a vincere, ma anche a perdere stringendo ugualmente la mano al tuo avversario. Molti bambini oggi purtroppo crescono in maniera deviata: non vogliono imparare il significato di saper perdere, non sanno rispettare l'avversario in campo e spesso imitano alcuni calciatori famosi in particolari furbate e questo non va bene".
Il sogno di ogni bambino che inizia a giocare a calcio e’ di poter giocare nella proprio squadra del cuore, ma tutti aspirano un giorno ad indossare un'unica maglia: quella della Nazionale . Questo sara’ un sogno ricorrente nell'anno dei mondiali. "Con Lippi e i dirigenti della Federazione gli azzurri hanno conquistato grande simpatia che un po' ultimamente era mancata. l'Italia parte tra le favorite per la vittoria finale, anche se il Brasile oggi sembra quasi imbattibile. Ai mondiali pero’ vince chi e’ piu’ in forma in quel momento e di solito le sorprese non mancano. Durante quel mese capita spesso che giocatori sconosciuti emergono, mentre grandi campioni non rispettino le attese della vigilia. Basta ricordare il nostro cammino nel 1982, inizio in bianco e nero, tra luci e ombre e fini in gloria".
Trent’anni fa inizio’ cosi anche l’avventura del Trofeo Dossena. La prematura scomparsa di un caro amico scateno’ in un gruppo di persone la voglia irrefrenabile di ricordarlo negli anni con un torneo dedicate ai giovani. Inizio’ cosi, in punta di piedi, un’avventura che continua tutt'ora.
Maffei si congeda congratulandosi con tutti quelli che hanno lavorato e portato il nome del "Dossena" in giro per il mondo: "Ormai il vostro trofeo e’un evento da inserire nel calendario degli appuntamenti sportivi imprescindibili. Complimenti agli organizzatori e a tutti quelli che lavorano non solo in quella settimana, ma 365 giorni l'anno con immenso passione. Grandi squadre hanno partecipato a questa manifestazione: per una formazione essere invitata al Dossena deve essere un piacere e una grande soddisfazione. Complimenti ancora e auguri di vero cuore".
Moglie splendida, figli che adora, il senso della famiglia, la religione cattolica come faro della sua esistenza. Figo si specchia in questi mari. Ed a quei ragazzi che al Dossena parteciperanno, Luis invia un grande saluto. "Siete il futuro, anche il mio: divertitevi, rispettate il vostro avversario, onorate il calcio. Io sono stato fortunato, tanto fortunato. Adesso tocca a voi e vi auguro, un giorno, di entrare a giocare nelle cattedrali del pallone. Li ho capito di essere riuscito a coronare il mio sogno”.
Che l'lnter fosse nel suo destino, beh, forse era scritto gia’ in una luminosa serata di giugno del 1990. Stadio Voltini di Crema, finale della quattordicesima edizione del Dossena. Di fronte Inter e Sporting di Lisbona. I lusitani hanno con il numero undici Luis Felipe Figo, diciassette anni.
Ha gia’ incantato pubblico ed osservatori, come al solito numerosi. Dribbling secco, movenze eleganti, destro non fortissimo ma piuttosto preciso. Vince l'lnter per 2-1. Curioso, perche’ glielo abbiamo fatto notare: secondo portiere di quella squadra allenata da Giampiero Marini e’ Paolo Orlandoni, oggi terza scelta alle spalle di Toldo e Julio Cesar. Luis non ricorda, ma abbozza un sorriso sedici anni piu’ tardi: "Vero, per me che credo nei disegni, anche strani, della vita. Fu la prima volta che conobbi l'lnter, le sue maglie, seppur da avversario. Averla incontrata sedici anni piu’ tardi per me e’ stato davvero un onore. Stavolta le indosso le maglie nerazzurre .... ".
Figo e Crema, Figo ed il torneo. Della citta’ non ha trattenuto alcun cameo, se non delle lunghe passeggiate fuori dall'albergo. Balena un lampo quando gli mostriamo la lista presentata all'arbitro la sera del 2 giugno 1990 ... . " Rogerio, Almeida, Joao Pinto, Peixe ...Quanti ricordi, quante partite insieme. Gia’, poi ognuno per la sua strada ... ".
Strada lunga, per tutti. Per Luis e non solo per lui la fatal emigrazione verso la Spagna, dopo il battesimo nel calcio che contava e conta, quello della Sporting. Cinque anni a Barcellona, cinque anni a Madrid, il Real. Il grande "tradimento" perpetrato per denaro, si disse. La sua collezione di successi e’ importante. Di certo la scelta, a 34 anni, di rimettersi in gioco a Milano, non e’ stata solo uno questione di vil moneta. "All'lnter cercavano un giocatore abituato a vincere. Ho accettato la sfida. E’ andata male in campionato, peggio in Champions League. Ma io voglio rifarmi ... "
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"Negli ultimi anni abbiamo vinto tanto, tutto questo non e’ frutto del caso", Pantaleo Corvino, direttore sportivo del Lecce, in simbiosi con l’intera struttura societaria, e’ riuscito a creare un vero e proprio fenomeno che ha attirato l’attenzione di tutto il sistema del calcio italiano e non solo.
Toni pacati, persona tranquilla, forte dedizione al lavoro, sono i fattori che hanno fatto diventare il direttore sportivo salentino, uno dei talent scout piu’ apprezzati e ricercati d'Italia. L'ottimo attaccamento con lo staff tecnico, con la citta’ ed in particolare con i calorosi tifosi giallorossi sono gli aspetti fondamentali del successo dell'U.s. Lecce.
"Due scudetti consecutivi, una supercoppa italiana e la recente vittoria della Coppa Italia contro il Milan sono i risultati recentemente ottenuti dalla nostra Primavera, senza dimenticare i successi degli Allievi e il secondo posto in campionato dei Giovanissimi".
Cifre che fanno capire il grande lavoro di programmazione svolto dallo staff salentino. Proprio su questo tasto il d.s. Corvino punta il dito: "Vista l'attuale situazione di crisi economica del calcio in generale, bisogna valorizzare al massimo le risorse umane ed in particolare i ragazzi del vivaio. Infatti, la meta’ dei giocatori della rosa di quest'anno della formazione di Zeman provengono dal nostro settore giovanile. Certamente per arrivare a questo, con i ragazzi bisogna saper lavorare nella giusta maniera, soprattutto capirli". E' proprio questa il segreto di Pantaleo Corvino. "Non bisogna solo fare i complimenti dopo un bel gol o un’ottima prestazione, ma la cosa piu’ importante e’ saperli aiutare e sostenere nei momenti di difficolta’ ".
L'importanza dell'aspetto umano per la formazione di un calciatore e’ fondamentale. Molti talenti attualmente affermati hanno sempre mantenuto un "cordone ombelicale" con Corvino. "Il calcio e’ importante, si capisce se un giocatore ha le doti per poter un giorno sfondare, ma non si devono dimenticare la scuola, i rapporti con la famiglia, can gli amici compagni di squadra". Pilastri basilari sui quali li Lecce e’ riuscito a sfornare campioni del calibro di Bojinov, Ledesma, Vucinic, Rullo e tanti altri. “Il calcio professionistico e’ in un momento di forte crisi economica, il Lecce non ha mai cavalcato l'onda degli ingaggi faraonici, ha sempre seguito una sua politica, cioe’ quella di cercare giovani desiderosi di affermarsi e con le giuste motivazioni. Con il presidente Semeraro abbiamo trovato la giusta combinazione tra programmazione economica e valorizzazione tecnica ed umana dei ragazzi".
Pantaleo Corvino e’ da sette anni a Lecce. Prima di approdare alla corte del presidente Semeraro, ha lavorato a Casarano con Adriano Cadregari, esperienze importante sotto molti profili. Tra i ricordi indelebili ci sono il debutto a sedici anni di un furetto talentuoso che si chiama Fabrizio Miccoli. L’attaccante ora alla Fiorentina e’ sempre rimasto legato alla coppia Corvino-Cadregari. Tanti i giocatori cresciuti alla corte di Corvino, ma il direttore sportivo ha un aneddoto che lo lega particolarmente al centrocampista argentino Cristian Ledesma: "Ho seguito il ragazzo a1 torneo di Bellinzona, giocava nel Boca Juniors. Molte squadre erano interessate a lui, Cristian ha fatto un anno a girovagare per sostenere provini da una squadra all'altra, senza mai convincere questi grandi club. L'abbiamo visionato anche noi, sin dall'inizio non avevamo dubbi, era il giocatore che faceva al caso nostro. Sul campo l'ha confermato."
La formazione Primavera del Lecce preferisce evitare manifestazione fuori dal normale svolgimento della stagione, ma per il Dossena e’ stata fatta un'eccezione. "Negli ultimi anni riceviamo molte richieste per partecipare a tornei, anche dall'estero. Queste manifestazioni possono distrarre i ragazzi durante lo svolgimento della stagione agonistica che rimane il nostro vero obiettivo. Il Dossena si gioca, a mio parere, in un ottimo momento quando ormai tutto e’ concluso. La scelta di venire a Crema e’ dettata, oltre da questa motivazione, anche dal fatto che il trofeo e’ una vetrina importante, molta conosciuta sia in Italia che a livello internazionale. Oltre a questi fattori abbiamo aderito anche per la serieta’ degli organizzatori e per i molti addetti ai lavori che seguono il torneo. Sicuramente il Lecce non verra’ a Crema per fare una semplice comparsa - conclude Corvino - ma cercando di fare qualcosa di importante". E se lo dice Pantaleo Corvino, c'e da credergli.
Conosce, eccome, il Dossena. Ma non ha mai avuto il piacere di assistere al suo svolgimento. Marcello Lippi, commissario tecnico della nostra Nazionale dallo scorso luglio, non esclude di poter esserci quest'anno. Visto che l'ultimo impegno stagionale degli azzurri e' fissato per il prossimo 4 giugno in Norvegia, partita fondamentale sulla strada per Germania 2006. "Sono cresciuto e vissuto sempre a Viareggio ed il torneo di Carnevale e' la massima rassegna in Italia. Lo scorso inverno, avendo finalmente tempo a disposizione, sono riuscito anche a vederne l'epilogo. Ma conosco perfettamente anche cio' che accade a Crema, so dei tanti ragazzi passati sul terreno del Voltini e poi divenuti campioni. Da allenatore ho sempre avuto la massima attenzione per il serbatoio giovanile. Quanti ‘primavera’ ho voluto con me... sia nella fase della preparazione, sia durante il campionato. E ne ho spesso apprezzato l'impegno e la dedizione nell'imparare dai piu' grandi, dai campioni che hanno avuto la fortuna di frequentare. In Nazionale poi, come certamente ricordate, al pronti e via ho chiamato Bonera, Gilardino, De Rossi, freschi si di Olimpiadi e di Under 21, ma secondo me gia’ pronti per il grande salto. Insomma, non nascondo che dai settori giovanili debba arrivare quella spinta necessaria a migliorare il movimento calcistico italiano. E dunque auguro davvero al Dossena, in vista del suo trentesimo compleanno, di continuare sulla strada intrapresa tanti anni fa. La manifestazione di giugno mette in luce la tradizione e riserva qualche novita’. Il confronto poi con la scuola brasiliana e’ sempre entusiasmante. Ci sara’ spazio e gloria per tutti". Cosi Marcello Lippi, il suo augurio alla prestigiosa passerella cremasca e' motivo di vero orgoglio, sia per gli organizzatori, sia per i ragazzi che vi parteciperanno e per il pubblico che assistera' nelle diverse sedi.
Carolina Morace e’ il simbolo del calcio femminile italiano degli ultimi anni. Il padre, grande appassionato di calcio, la conduce gia’ a soli 8 anni alla Ca' Bianca, una squadra locale. Anche il fratello e la sorella di Carolina giocano gia’ a pallone e questa facilita la scelta.
Carolina arriva presto in serie B con la Spinea ed esordisce in serie A col Belluno a soli 14 anni. La sua carriera e’ stata caratterizzata da grandi successi: 12 scudetti, 12 vittorie nella classifica delle marcatrici, centinaia di gol realizzati. Pilastro fondamentale nella nazionale femminile, 150 presenze, maglia numero nove e fascia da capitano.
Dopo una grande carriera come calciatrice e’ rimasta nel mondo del calcio, sia come allenatore che come commentatrice televisiva. Detiene il record di prima donna ad allenare una formazione professionistica maschile, la Viterbese nella stagione 99-2000, campionato di serie Cl. "A differenza di altri sport nel calcio si investe ancora poco nel settore giovanile, che secondo me e’ l'elemento fondamentale per una squadra. A mio parere molte societa’ non hanno ancora capito l'importanza del vivaio".
La Morace di calcio se ne intende, visto che e’ ancora sulla panchina della Nazionale femminile ed attualmente partecipa come opinionista a "La Domenica Sportiva". Fa piacere che una persona di questo spessore conosca anche il Trofeo Dossena. "E' una bella manifestazione, ben organizzata che permette ai giovani di mettersi in mostra. I ragazzi della squadra Primavera sono ad un passo dal coronare il loro sogno, questi tipi di gare sono un'opportunita’ da sfruttare al massimo perche’ di certo ci sono molti addetti ai lavori. Faccio un grosso in bocca al 1upo a tutti i partecipanti!".
Era l'estate del 2003, mancavano pochi giorni all'inizio della ventisettesima edizione del Trofeo Dossena. Mino Favini, talent scout dell' Atalanta, disse: "Anche quest'anno faremo la nostra bella figura, abbiamo tanti ragazzi interessanti, vedrete amici del Dossena!". Non ci fu affermazione piu' azzeccata. L' Atalanta ando’ in finale e perse contro gli argentini del Boca Juniors per 2-0. I nerazzurri uscirono comunque a testa alta. Tra le file dei bergamaschi c'erano tanti bravi giocatori tra i quali Agazzi, Pazzini, Lazzari, Defendi e un numero 10 dai piedi vellutati, capace di dirigere la squadra con l'esperienza di un veterano e con una grande visione di gioco. Dietro quella maglia un ragazzo semplice, dalla faccia pulita, ancora sconosciuto al grande pubblico, ma con un grande avvenire: Riccardo Montolivo, classe 1985. Il ragazzo di Caravaggio in quell'edizione calamita su di se’ l'attenzione per quella sua facilita’ nel trattare il pallone, per l'estro e la classe, ma anche per i disinvolti movimenti in campo.
Qualita’ che gli permetteranno di aggiudicarsi il premio di miglior giocatore del torneo.
"Conservo un bel ricordo del Trofeo Dossena - esordisce il fantasista dell'Atalanta - a mio avviso e’ una delle piu' belle manifestazioni a cui ho partecipato. Ci sono sempre grandi squadre, ma la cosa che ti da' maggiori stimoli e’ il fatto di poterti confrontare con mentalita’ e culture sportive diverse. La finalissima con gli argentini del Boca Juniors e’ stata una gara che mi ha entusiasmato molto, sia per 1'agonismo che per il gioco, anche se poi abbiamo perso".
Era il giugno del 2003, ad agosto Riccardo era chiamato da Mister Mandorlini nella rosa della prima squadra dell'Atalanta. Gia’ nelle prime amichevoli si mette in luce, guadagnandosi gli elogi dei calorosi tifosi nerazzurri e la fiducia dell'allenatore. L'esordio in Serie B e’ molto positivo, come lo sara’ il resto della stagione. Con la maglia n.18 colleziona 41 presenze e firma 4 gol. Un'autentica rivelazione. Risulta tra i protagonisti della promozione in "A" insieme all'amico Giampaolo Pazzini. Nella stagione successiva la riconferma nella massima serie e’ sancita da un coro di consensi. Il massimo per lui, coronato anche dalla chiamata di Claudio Gentile con la maglia azzurra dell'under 21.
"La vittoria in serie B e’ stata bellissima, una vera emozione. Non e’ stato facile passare dai cadetti alla serie A, la pressione e’ maggiore, la qualita’ dei giocatori e’ elevata". Queste situazioni non erano problemi al giovane talento bergamasco che svela la sua filosofia per mantenersi a questi livelli: "Le responsabilita’ non mi spaventano, anzi sono solo uno stimolo per continuare a lavorare con grande serieta’ ed umilta’".
Questo e’ quello che Riccardo ha nel suo codice genetico. Fin da ragazzino viene ricordato da chi lo ha visto crescere, come uno che preferisce i fatti alle parole. Il duro lavoro sul campo, la puntualita’ agli allenamenti, i sacrifici sono il dogma sui quale si fondano le radici di Montolivo. Come tutti i ragazzi anche lui possiede idoli ai quali ispirarsi, sogni riposti nel cassetto "Francesco Totti e’ un grande giocatore, lo ammiro molto. Diciamo che e’ il mio idolo, cerco di ispirarmi a lui, anche se abbiamo ruoli leggermente diversi, vederlo giocare mi appassiona molto".
Attualmente e’ uno dei giovani piu' quotati e ricercati. Sui giornali, in questa periodo si legge il suo nome accostato ad una grande squadra, ma lui pacatamente non si fa prendere dall'emozione e mantiene le giuste distanze. "Leggo e sento anch'io queste cose - prosegue Montolivo - ma saranno tulle vere? Io faccio finta di niente, vivo alla giornata, poi si vedra’. Rimarrei comunque volentieri a Bergamo, in qualsiasi serie, sono cresciuto con la maglia nerazzurra e ci sto bene".
Arrivare a poco piu’ di vent'anni ad essere uno dei migliori giovani della serie A non gli fa perdere di vista chi, nel corso della sua pur breve ma gia’ intensa carriera, gli e’ stato vicino. "Sono tante le persone che dovrei ringraziare, vorrei iniziare dai miei genitori che hanno sempre creduto in me. Non posso dimenticare Rossi che mi ha portato all' Atalanta, poi tutti gli allenatori che ho avuto e ovviamente saro’ sempre grato a Mino Favini, per tutto quello che mi ha insegnato".
Una nuova edizione del "Dossena" e’ alle porte. Riccardo da’ un consiglio ai giovani che vi parteciperanno: "Divertitevi piu’ che potete, lavorate sempre, ascoltate il prossimo perche’ non si finisce mai di imparare. Ovviamente forza Atalanta!". Un ventenne che non si monta la testa, ragiona gia’ da adulto. Questo e’ Riccardo Montolivo. Complimenti.
Attualmente lavora a Roma per SkyTv, ma non dimentica pero’ le sue origini cremasche. Emilio Carelli, 53 anni, e’ il direttore di Skynews. Giornalista professionista, e’ laureato in Lettere Moderne. Nel 1980 entra a Canale 5 dove matura una serie di significative esperienze. Prima redattore del TG di Canale 5 "Notizie Notte" con Vittorio Buttafava, quindi diventa redattore e curatore di "Buongiorno Italia", di "Speciale ore 11" e di "Monitor" con Guglielmo Zucconi.
Dall'86 al '92 si trasferisce a Roma come capo della redazione romana delle news periodo durante il quale indossa anche le vesti di conduttore della rubrica settimanale "Parlamento In". Nel '92 partecipa alla fondazione del TG5. Nel 2000 diventa vicedirettore vicario di TgCom. Da Agosto 2004 e’ il direttore di Skynews. Una carriera in costante ascesa, costellata di successi riconoscimenti che lo hanno portato ad essere uno dei giornalisti piu' quotati a livello nazionale. Al "Dossena" il Direttore Carelli non e’ un volto nuovo, nel '99 il Comitato Organizzatore gli attribuisce il premio Renzo Marchesi, destinato ai personaggi cremaschi (di nascita o di adozione) che si siano particolarmente distinti per la loro opera professionale.
"Sono arrivata alla Lega di serie C per caso, anzi per potermi mantenere agli studi (all’'epoca ero iscritta al primo anno di universita’). Cosi e’ cominciata questa avventura che doveva limitarsi ad un periodo di quattro mesi ed invece ... dura tutt’ora!" inizia cosi una bella chiacchierata con la loquace e simpatica Marinella Conigliaro, toscana DOC, segretaria di lungo corso della Lega di serie C.
"Ben presto ho avvertito il desiderio di scoprire questa meraviglioso mondo che non conoscevo, un'innata curiosita’ e la voglia di capire l'ambiente che mi circondava ha fatto il resto. Ho quindi pensato che il processo di conoscenza dovesse partire necessariamente dalla lettura delle norme: percio’ ho ritenuto di affiancare lo studio al lavoro scegliendo una tesi in diritto sportivo, che mi ha ‘costretto’ ad approfondire il quadro normativo di riferimento e, devo dire, questa scelta si e’ poi rivelata utile. In Lega ho avuto modo di occuparmi principalmente di tesseramento e di giustizia sportiva avendo seguito per molti anni questi due settori. Ma e’quando sono stata nominata segretario di Lega che e’cominciato il bello in tutti i sensi!".
“Mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla e io”, Cosi scriveva Osvaldo Soriano il piu’ grande di tutti i letterati prestati al calcio, o il "Futbol", come recita il titolo di uno dei suoi libri. Anche io me li ricordo bene quei tempi, anzi li ricordero’ per sempre. E cosi accadra’ anche a voi ragazzi, le vittorie cosi come le sconfitte su un campo o nella vita, passano in fretta, ma l’emozione forte di certi pomeriggi passati a inseguire un pallone, quella no. Non si cancella piu’. E’ un patrimonio immenso, indelebile, di sensazioni. Una borsa piena di passioni e nostalgie che non si possono tirare fuori, ma andarle a rivedere negli stadi piu’ remoti della memoria, in cui i ricordi riaffioreranno come un tiro a filo d'erba. Tal senso della vita a volte penso che e’ chiuso in molti di quei 90 minuti giocati e rigiocati in cui si cerca da generazioni di trovare un senso. E di farlo attraverso l'azione rapida, o la riflessione lenta, o il tunnel che scava la coscienza nella studio dell'avversario.
Non e’ forse questo un primo approccio con la psicologia? Nel consumarsi giornaliero delle relazioni: con i genitori, il professore, la fidanzata, l'uomo della strada che ci chiede aiuto, si gioca comunque 1a nostra partita esistenziale. C'e tutto un mondo su quel prato dove correte e portate a compimento il vostro talento o sui quali potrete scoprire anche tutti i vostri limiti umani, perche’ essere dei grandi sportivi non deve necessariamente coincidere con l'abusata "fenomenologia" dei campioni. Ho capito con il tempo in cui ho visto rotolare quella palla insieme a me che il vero campione e’ colui che ha capito e accettato i suoi limiti, fuori e dentro un campo. Ma per farlo, occorre un allenamento duro e costante, andando incontro a imprevisti e a volte anche a qualche entrata a gamba tesa che il destino riserva sempre agli uomini. Su quel campo imparerete, anno dopa anno, a riconoscere il privilegio dell'essere giovani, a sentire l'odore delle stagioni che accarezza l'erba e ad amare uno sport cosi come si amano le persone piu’ care. Quando vi risveglierete un giorno, vi sembrera’ di aver sognato, ma il solo fatto che quel pallone ha continuato a rotolare e rimbalzare in ogni luogo in cui si e’ spostata la vostra vita vi fara’ riflettere: forse il calcio, nel bene e nel male di questo tempo sbandato, e’ il piu’ bello e il piu’ lungo dei sogni ancora possibili.
Neppure il tempo di festeggiare (il 9 giugno a Lecce) la vincitrice della scudetto Primavera ed ecco che subito il Trofeo Dossena offrira’ una ghiotta occasione di riscatto, assegnando l'ultimo titolo stagionale di categoria. Non un alloro qualsiasi, buona soltanto per arricchire l'albo d'oro e impreziosire la bacheca: perche’ la passerella di Crema, giunta alla sua ventinovesima edizione, ha sempre anticipato mode e tendenze future del calcio, offrendo spunti e materia di riflessione per gli operatori di mercato. Basta sfogliare l'album dei ricordi per rintracciare le tracce del passaggio di campioni come Rossini, Natali, Zauri, Colombo, i gemelli Zenoni, Miccoli, Barzagli, Pazzini, Montolivo, Marchesetti, fermandosi solo alle ultime edizioni. Stupisce, semmai, che al "Dossena" manchi un successo italiano dal 1999. Infatti, dopo anni di stenti e di politiche irrazionali, il vivaio italiano sta evidenziando importanti segnali di ripresa. A investire nei settori giovanili non sono soltanto i soliti (pochi) club di provincia (ad esempio Atalanta, Leece, Brescia, Empoli, Bari, Salernitana), ma anche societa’ che appena qualche stagione fa, e il caso ad esempio del Milan, il vivaio l'avevano sciaguratamente smantellato.
E i primi risultati non si sono fatti attendere: i tre successi consecutivi della Juventus al "Viareggio", gli scudetti Primavera di Lazio (2001) e Inter (2002), la costante presenza anche di Milan e Roma alle fasi finali delle piu’ importanti manifestazioni giovanili confermano questa inversione di tendenza. Senza dimenticare i recenti successi delle rappresentative azzurre: dai trionfi dell'Under 21 al titolo europeo Under 19 del 2003 e, a diciotto anni dall'ultima apparizione, la qualificazione dell'Under 20 al Mondiale di categoria che si disputa proprio in questi giorni in Olanda. Un rinascimento che ora va gestito con intelligenza e lungimiranza, perche’ sarebbe delittuoso riposare sugli allori dell’ultimo periodo. Quindi bisogna insistere, specie nelle piccole societa’ di periferia (straordinario e imprescindibile serbatoio, come dimostra la sempre valida partecipazione della Nazionale di Serie C), sulla formazione e l'aggiornamento di tecnici e dirigenti, su una corretta partecipazione delle famiglie, su programmi e progetti che pagano al centro di tutta l'attivita’ i ragazzi e la loro educazione, sulla tutela sanitaria, sull'ammodernamento e la sicurezza degli impianti utilizzati. Inoltre e’ necessario aprirsi a incontri internazionali che favoriscano lo scambio e il dialogo tra le piu’ diverse esperienze calcistiche e umane. Come avviene nel prestigioso "Dossena", un piccolo ma significativo mattone portato alla realizzazione di un calcio piu’ genuino e razionale.
Il piccolo Lolek giocava a calcio con superba determinazione. Lo faceva con una sfera di stracci, nel corridoio di casa, assieme al padre, sottufficiale dell'esercito in pensione. E poi pallonate e pallonate e ancora pallonate contro il muro della chiesa di Nostra Signora, a Wadovice, il suo paese, ad un soffio da Varsavia. E giu' rimbrotti del parroco Zacher, ogni pomeriggio costretto a sospendere le funzioni per tirare le orecchie al ragazzino. Crescendo, Lolek capi che era molto meglio neutralizzarle le insidie, piuttosto che portarle. E si specializzo’ tra i pali, diventando il baluardo delle squadrette della scuola, scegliendo spesso quella degli ebrei nei confronti contro l’undici dei cristiani. Gia’ allora era privo di qualsiasi pregiudizio, il suo migliore amico di cognome faceva Kluger, era il figlio del presidente della comunita' ebraica. Possedeva talento il portierino, ma soprattutto amava l'agonismo nella sua totalita’, l'alpinismo, lo sci, il nuoto, la canoa.
E piu’ si applicava, meglio forgiava il suo carattere, un magnifico impasto di energia, lealta’ e coraggio. Diventato grande, diventato Papa, Karol Wojtyla non ha mai smesso di considerare lo sport un elemento vitale della sua vita, della nostra vita. Ha continuato a praticarlo, ma soprattutto non si e’ mai risparmiato nel diffondere e difenderne l'eccezionale dimensione educativa, soprattutto tra i giovanissimi, da sempre il suo primo pensiero. In questo senso, fecero scalpore, qualche anno fa, le sue parole di condanna nei confronti del calcio professionistico, incapace di coltivare valori spirituali, rispettare i principi etici, svincolarsi dalle logiche del profitto. Messaggi rivoluzionari, perche’ mai lanciati da un suo predecessore, consegnati anche ai tanti fuoriclasse inginocchiatisi davanti a lui nelle udienze del mercoledi, o in occasione di eventi storici, come la partita delle stelle all'Olimpico, il punto piu' alto del Giubileo degli sportivi del Duemila.
Quando incontro’ Ronaldo, gli domando’: "Tu cosa fai ? Giochi a pallone?". Forse, accarezzandolo con l'ironia, volle invitare il brasiliano ad una seria riflessione sulla fragilita’ delle conquiste materiali. Per Wojtyla il calcio, lo sport in generale, non puo’ essere ricondotto ad una semplice questione di primati e medaglie. No, e’ qualcosa di molto piu’ "alto", e‘ il veicolo piu’ efficace per la formazione integrale dell'uomo, costantemente attento ai valori della lealta’, della solidarieta’, della giustizia.
E' confortante riflettere che chi ha concepito il Trofeo Dossena, continuando a farlo crescere negli anni, trasformandolo, dal '77 in poi, in una grande vetrina internazionale, si e’ sempre mosso partendo da questi insegnamenti.
Non l'obbligo di fabbricare superstars, anche se molte promesse sono diventate fuoriclasse, ma una spinta sincera verso la piu' corretta interpretazione del significato della sport. Non una macchina per fare soldi, anzi, davvero apprezzabile l'oneroso sacrificio economico degli organizzatori, ma una solida palestra per allevare ed allenare corpi e coscienze. L'auspicio e’ che i binari restino questi, sono tempi nei quali i trenini del buon senso meritano davvero di viaggiare spediti. Un po' piu’ sopra, strangolati dal business, si continua a deragliare. E poi, tornando alle parole di Wojtyla, "lo sport rischia di degradare l'uomo, se non viene interpretato nel rispetto delle regole". Sembra il manifesto del Dossena. Ora lassu’, il Santo Padre certamente approvera'.
Da tredici anni e’ l'incontrastato responsabile del settore giovanile dell' Atalanta. Ha un intuito particolare per scoprire i talenti, non ha rivali nel suo settore. Tre indizi fanno una prova: le tracce portano senza dubbio a Mino Favini.
Considerato una mezz'ala dai piedi buoni, la sua carriera da calciatore comincia appena maggiorenne in serie "B" nel Como nella stagione 1954-55, dove rimane per tre anni; un altro triennio nei cadetti con il Brescia, quindi due anni nella massima serie con l' Atalanta. Ritorna a vestire nuovamente la maglia delle rondinelle per altri quattro anni, chiudendo la carriera nella Reggiana in B, era l'anno 1966-67. La sua carriera di talent scout inizia in riva al Lario : "Ho iniziato ad occuparmi di giovani nel 1971 a Como, prima come allenatore e poi come responsabile del vivaio. Per me fu un'esperienza gratificante che mi diede molte soddisfazioni, perche’ in quegli anni ho visto spiccare il volo a ragazzi che poi sono diventati giocatori di alto livello: Vierchowod, Galia, Borgonovo, Garlini, Matteoli, Fusi, Nicoletti, Fontolan, Scanziani e potrei citarne altri ancora".
Dopo vent'anni trascorsi a Como, Mino Favini, approda con lo stesso incarico all'Atalanta, sodalizio che ha sempre fatto del settore giovanile il proprio fiore all'occhiello: "Sono tredici anni che sono a Bergamo e anche qui lavoro con lo stesso stimolo ed entusiasmo del passato. Quando sono arrivato ho subito trovato terreno fertile e l’ambiente era ed e’ quello giusto per lavorare bene".
Favini non nasconde i segreti che lo hanno portato ad essere il punto di riferimento per le scelte societarie: "In un giocatore dagli 11 ai 14 anni osservo in particolar modo le qualita’ tecnico-tattiche, attitudinali, la naturalezza con la quale si muove con la palla; ovviamente nei ragazzi dai 16 anni in su oltre a queste caratteristiche si deve tenere in considerazione l'aspetto fisico-atletico". Questi sono i principi con i quali Mino Favini si attiene scrupolosamente quando e’ chiamato a dare il suo parere per un ragazzo. "A parita’ di valori, la cosa che fa differenza, cioe’ quello che fa diventare un buon ragazzo un vero professionista, e’ la testa. Lo continuero’ sempre a ripetere perche’ nella mia carriera ho visto calciatori con le stesse potenzialita’ giocare in Serie A o in Serie C proprio per questo".
Il trofeo Dossena fa parte dei ricordi di Mino Favini. "Con il Como e l'Alalanta ho partecipalo diverse volte. E’ una delle vetrine principali alle quale partecipano non solo grandi club italiani, ma anche internazionali e tutti vogliono fare bella figura. Ci sono confronti di ottimo livello. E' un torneo importante, si disputa a fine stagione e per noi e’ una ottima possibilita’ per vedere all'opera i giocatori che nel campionato seguente formeranno 1a rosa della nuova Primavera. Con il Como ho vinto il mio primo Dossena, ricordo che nella squadra fra i tanti bravi giocatori c'erano Marco Simone e Oreste Didone’, il primo tutti lo conoscono, il secondo purtroppo per via di un grave infortunio non ha potuto continuare ad certi livelli. L'Alalanta ha sempre fatto bella figura, presentandosi con squadre sempre competitive e le vittorie lo dimostrano".
Il lavoro di un responsabile del settore giovanile deve essere in sintonia con le aspettative della societa’, un ruolo fondamentale l'hanno gli allenatori con i quali ci deve essere una perfetta intesa. "Ricordo tutti i tecnici con i quali ho lavorato con grande affetto e stima. Prandelli, Vavassori, Gustinetti, Osvaldo Bagnoli e gli attuali Perico, Finardi, Bonaccorso e Gigi Savoldi. In particolare vorrei citare Narciso Pezzotti, che considero come un fratello, persona schiva e riservata, ha sempre fatto il vice di Lippi, poi il secondo di Deschamps al Monaco, tecnico molto preparato e di grande competenza".
Anche quest'anno la sua Atalanta si presenta ai nastri di partenza a della ventottesima edizione del Dossena con l'immutata volonta’ di un tempo: "Speriamo di essere competitivi come lo siamo stati negli anni passati, anche perche’ a Crema ci teniamo a fare bene, le squadre che partecipano sono di alto livello, soprattutto le straniere che nelle ultime edizioni si sono sempre messe in luce".
L'Atalanta, la scorsa edizione, e’ stata sconfitta in finale dal Boca Juniors, ma il pubblico del "Dossena" ricorda in modo particolare due ragazzi, allora sconosciuti, che vestivano la maglia nerazzurra: Pazzini e Montolivo. "Questa si che e’ la soddisfazione migliore. Sono importanti i successi, i trofei e i campionati vinti nel settore giovanile, ma la cosa piu’ gratificante per noi e’ fornire dei calciatori alla prima squadra, e negli ultimi anni l'obiettivo e’ sempre stato centrato".
Mario Macalli, presidente della Lega di Serie C, cremasco e amico del "Dossena" accetta con piacere un'amichevole chiacchierata. Ovviamente si parla di calcio, della Nazionale e del nostro torneo.
Sette, non e’ il voto in condotta o il giudizio di una pagella, ma il numero della maglia grigiorossa di Mattia Marchesetti, il nuovo idolo della curva e che tutta Cremona si coccola. Classe 1983, attaccante o meglio "esterno destro offensivo" come puntualmente ama definirsi. Cresciuto calcisticamente nel vivaio della societa’ di "via Persico", da tre anni si e’ ritagliato prima uno spazio ed ora e’ diventato una pedina fondamentale della schieramento di Roselli. "E' una stagione particolarmente felice, sono contento di poter giocare al fianco di due grandi giocatori come Prisciandaro e La Cagnina, con i quali imparo tante cose". I ringraziamenti non vanno solo ai suoi compagni: "Se adesso ho una maglia da titolare e’merito soprattutto della societa’ che ha sempre creduto in me e a mister Roselli".
E' un ragazzo d'altri tempi, umile e generoso sia in campo che fuori: "Quando scendo in campo cerco sempre di dare il massimo, siamo un gruppo ben affiatato, questo ci permette di superare alcuni momenti di difficolta’e di allenarci con serenita’ durante la settimana".
Mattia Marchesetti il "Dossena" lo ha vista prima come spettatore al fianco del suo primo tifoso e allenatore il papa’ Domenico, poi da protagonista con la maglia della Nazionale di Serie C: “ Il torneo mi e’sempre piaciuto e sognavo un giorno di pater giocare anch’io, questo lo scorso anno e’ diventato realta’, per me e’ stato un grande onore aver partecipato ed indossato la maglia azzurra". Una partecipazione che lo ha cambiato. "A livello personale disputare una manifestazione cosi importante ed affrontare squadre di grande valore mi ha permesso di crescere e conquistare una certa tranquillita’ e sicurezza, qualita’ che quest'anno in campionato mi sono servite".
La Nazionale e Marchesetti, un segno del destino: “Ero al Voltini a vedere la finale del 2001 Nazionale di Serie C - Ituano, una piacevole partita tre due belle squadre, purtroppo la Nazionale perse ai rigori, mi ricordo in modo particolaredi Coppola e Ragnoli due ragazzi che gia’ conoscevo e che l'anno successivo poi erano can me alla Cremonese!".
Mattia, nonostante la giovane eta’, da’ un piccolo consiglio a tutti i ragazzi che parteciperanno quest'anno al Dossena: “E' una vetrina molta importate, ci sono molti osservatori che ti puntano gli occhi addosso, chi scende in campo comunque deve essere se’ stesso e deve giocare in modo naturale con grande tranquillita’".
L'attaccante della Cremonese attualmente e’ tra i pezzi pregiati del mercato. Molte squadre di Serie A e B sembrano fargli la corte, ma Mattia vuole stare can i piedi per terra: "Prima spero di raggiungere la promozione in Cl perche’ Cremona e’ una piazza che merita molta di piu' di una C1, poi pensero’ al futuro".
Gia’ il futuro, fatto di idoli e grandi calciatori, con i quali un giorno potra’ giocare: "Magari – esclama Mattia - con Totti che e’ un fenomeno e Van Der Meyde al quale mi sano sempre ispirato, lo seguivo anche quando giocava nell'Ajax, sarebbe davvero il massimo!". Dopo Attilio Lombardo ed Enrico Chiesa, ancora sulla fascia destra dolla Zini, Mattia Marchesetti e’ pronto per l'assist decisivo, quello verso la Serie A.
"Del Dossena conservo un bellissimo ricordo". Walter Sandro Salvioni, il calcio lo conosce bene, soprattutto quello giovanile. Allenatore per 6 stagioni della Primavera del Parma, al trofeo cremasco ha partecipato a 4 edizioni, conquistando un secondo posto nel '95 e la vittoria finale nel 1998. "Penso che il Trofeo Dossena sia una delle manifestazione calcistiche piu' importanti e seguite in Italia, paragonabile a quello di Viareggio. A mio avviso l’unico problema e’ che si disputa a fine stagione e spesso le squadre sono un po' stanche. Ricordo il grande pubblico sugli spalti in ogni partita e la presenza di numerosi addetti ai lavori, osservatori e procuratori che vedono ormai questa manifestazione come un consueto ritrovo nel mese di giugno".
Per Salvioni e’ un piacere tornare con i ricordi alle partite del Dossena: "Che grande gol quello di Winston Cosenza, che ci ha permesso di battere l'Inter nella finalissima. Non e’ facile imporsi in un trofeo di questo livello, tutte le squadre danno il massimo. Per raggiungere la finale vincente – prosegue il tecnico bergamasco - superammo in una partita spettacolare il fortissimo Venezia per 3-2, entrambe meritavamo la vittoria".
Nelle partecipazioni del Parma al "Dossena" targate Salvioni il mister ricorda in modo particolare alcuni suoi ragazzi che ora militano in serie A e B: "Simone Barone era con me nel '98, questo ragazzo prima di trovarsi un posto stabile nel Parma ha dovuto passare dall'Alzano e Chievo; a sinistra giocava come terzino Mora, ora al Bari, a centrocampo c'era Tarana, attualmente al Piacenza, e poi Zoboli e Serrapica ora all'Albinoleffe".
Quando si parla di successi e vittorie Salvioni non ha dubbi : "Per conquistar qualcosa bisogna sempre lavorare, il sacrificio e’ fondamentale. Ora giovani calciatori si sentono tali ancor prima di iniziare, solo perche’ sono riusciti a portarsi a casa la borsa e la tuta di qualche grande squadra ma non sanno che solo tramite la fatica, il campo e il costante impegno si arriva in alto".
La concorrenza a livello giovanile arriva dai paesi africani, giovani di talento e di grandi potenzialita’ che spesso vestono molto in fretta la maglia della prima squadra. Martins, Benjamin e Makiwa sono solo alcuni esempi: "A Verona nella mia ultima esperienza ho visto all' opera Papa Waigo, grande talento, in lui c'e’ l’incredibile voglia di emergere, si vede che ha fame di successi, voglia di arrivare".
Viste le otto partecipanti alla ventottesima edizione del "Dossena" mister Salvioni elogia il comitato organizzatore per aver messo insieme, ancora una volta, delle ottime formazioni: "E’ difficile dire chi potra’ essere la vincitrice, la Juventus a mio avviso parte tra le favorite, visto il successo ottenuto al Viareggio, ma anche le squadre sudamericane meritano un grande rispetto e non a caso il Boca ha vinto le ultime due edizioni".
Salvioni chiude le considerazioni sui pronostici ribadendo il suo credo: "Mi auguro che vinca la squadra che esprime il miglior calcio perche’ sono convito che il risultato sia una conseguenza del bel gioco".
Tra i diciotto ed i vent’anni vinse con la Roma due campionati primavera e due coppe Italia. "Erano campionati davvero tosti, spesso disputati da gente arrivata al limite della categoria primavera e pronta ad esordire in prima squadra". Mauro Sandreani ricorda con orgoglio ed emozione quei momenti, vissuti trent'anni fa. Oggi e’ apprezzato telecronista, commentatore tecnico "principe" di Rai Sport, ma il bagaglio professionale non e’ affatto finito in soffitta. Il kit da allenatore, di campo, e’ sempre pronto. Basta saper aspettare l'occasione.
Un anno fa al Dossena si diverti, eccome, gustandosi, non solo al microfono, la finalissima tra Atalanta e Boca Juniors. "Il Dossena ormai - precisa Sandreani - e’ l'ultima verifica stagionale per la categoria, ma diventa palestra per saggiare la consistenza futura delle squadre impegnate, per formare il gruppo della stagione successiva. E poi, direi, e’ sempre affascinante per via del confronto, costante, fra diverse scuole calcistiche. Penso al Boca, ma anche alla Juve, all'Atalanta, all'Inter. Ricordo che gli argentini, la scorsa stagione, avevano in giro per l'Europa almeno tre gruppi di ragazzi. Quello che trionfo’ al Dossena ha poi regalato a Carlos Bianchi almeno un paio di elementi".
La crisi generalizzata del calcio sta per spianare nuovamente le porte ai prodotti del nostro vivaio? "Certamente, penso alla Juventus. Alle due consecutive edizioni del Viareggio vinte. A Chiumiento, finito ben presto e stabilmente in prima squadra. Oppure alla continua opera dell' Atalanta: Montolivo tra qualche anno sara’ maturo per un grande club. Sono due giocatori, la punta dell'iceberg che riemergera’ ancora".
Giovani, affascinante lavorarci sopra, vederli crescere, affermarsi, maturare prima come uomini e poi naturalmente come calciatori. Mauro Sandreani confessa di coltivare un sogno. "Mi sento un addestratore. Correrei se mi fosse data l’opportunita’ di occuparmi di settori giovanili. Can alle spalle, pero’, un serio progetto. Oltre la crisi si puo’ solo andare rivalutando le finalita’ dei nostri vivai. Devono tornare a crederci non solo i piccoli o medi club, ma anche e soprattutto quelli di stazza europea e mondiale".
Il Dossena edizione numero ventotto incombe. D'obbligo il pronostico: "Solo per quel che rappresenta direi ancora una volta Boca. Sulla fiducia e sull'assoluto potenziale tecnico che mostrera’ al Voltini. Ma attenzione alle risposte italiane. E sono curioso di vedere all'opera gli azzurrini di Veneri, tutti giocano nel ventre della serie C. Altra grande palestra".
Un nome, una garanzia: Giorgio Veneri, da tre anni alla guida della Nazionale di Serie C.
Dopo aver vinto molto in Serie C ed essere considerato uno dei tecnici piu’ preparati e stimati a livello nazionale, l'erede di Roberto Boninsegna mantiene fede agli impegni presi con la federazione: mettere in luce i talentuosi giovani che giocano nella nostra serie C e i risultati gli danno ragione. Merito del suo temprato carattere e soprattutto del costante e meticoloso lavoro svolto sul campo e fuori. Uno, insomma, che preferisce i fatti alle parole. Cremasco d'adozione, il "Dossena" lo ha vista nascere, partecipando prima all'edizione del 1979 con il Pergocrema e poi nel 2002 e 2003 con gli azzurrini di serie C. "E' una bellissima ed importante manifestazione alla quale ho iniziato can il Pergo e mi piacerebbe poter vincere con la Nazionale - afferma il ct azzurro - perche’ ho tantissimi ricordi che mi hanno legato al Dossena".
Giorgio Veneri e’ molto stimolato dal suo attuale incarico: "E' gratificante sotto diversi punti di vista, ma in special modo poter lavorare con i giovani, vederli crescere e ovviamente con loro ottenere particolari traguardi;la vittoria per 4-1 in Inghilterra e’ uno dei tanti successi ottenuti in questa stagione ma la soddisfazione maggiore e’vedere sui campi di Serie A e B giocatori che l’anno precedente vestivano la maglia della Nazionale di Serie C".
I giovani ed il nostra calcio. Spesso stranieri "illustri sconosciuti" vengono preferiti ai nostri ragazzi, un argomento che sta particolarmente a cuore al tecnico azzurro: "E' una moda esterofila. Per esempio, qualcuno preferisce fare 500 km. per andare a vedere una partita del campionato francese di Serie B piuttosto che andare a visionare ragazzi che militano nella nostra Serie C oppure anche nel Campionato Nazionale Dilettanti. Ritengo comunque - prosegue Veneri - che da due anni a questa parte la tendenza si sta invertendo". Un assist perfetto per il cremasco Mattia Marchesetti, esterno destro della Cremonese, che Veneri ha allenato la scorsa stagione : "Sulle qualita' tecniche e atletiche di base il ragazzo non si discute. E' migliorato parecchio sul piano fisico e il suo rendimento e’ sempre piu' costante, un elemento di sicuro valore. Deve continuare a lavorare, non deve mai sentirsi arrivato, ma cercare giorno dopo giorno di migliorare sempre".
La selezione azzurra raccoglie grandi consensi e Mister Veneri da esperto tecnico vuole dare un suggerimento ai giovani: "Per raggiungere certi traguardi bisogna sapersi sacrificare. Prima di tutto una persona deve avere il carattere e la voglia di arrivare, il tutto unito da una giornaliera e costante applicazione sul campo".
Tra qualche settimana gli europei e l'Italia parte tra le favorite. "Anche in questa edizione siamo tra i favoriti, ma non dobbiamo mai dimenticare che in queste competizioni ci sono sempre delle sorprese. Sono sicuro che Trapattoni sapra’ guidare al meglio la squadra e regalarci grandi soddisfazioni". Parola di mister, parola di Giorgio Veneri, uno che di calcio se ne intende.
Penna raffinata e pungente, editorialista e articolista del "Corriere della Sera", scrive per la "Gazzetta dello Sport" ed e’ stato corrispondente in Italia per "The Economist" dal 1996 al 2003. Beppe Severgnini e’ un cremasco doc. Ha un talento naturale nel descrivere vezzi e manie degli italiani nelle situazioni piu’ diverse, lo dimostrano i numerosi libri di successo. La sua dichiarata fede nerazzurra e la passione per il calcio ci hanno permesso di sviscerare l'universo del pallone e tutto quello che lo circonda, ovviamente compreso il "Dossena".
Paolo Castellini, laterale sinistro del Torino, questa stagione ha disputato il suo secondo anno in Serie A con la squadra granata. Classe 1979, cresciuto nelle giovanili della Cremonese, dopo aver militato con i grigiorossi 2 anni in Serie B e 2 in C1, nella stagione 2000-2001 e’ approdato al Torino conquistando un posto fisso in squadra sia con Gigi Simoni che con Camolese, ottenendo in quel campionata la promozione nella massima serie. L'impiego costante sulla fascia sinistra in questi anni nel Torino, la qualita’, l'impegno e le buone prestazioni sono solo alcuni dei fattori che hanno reso Castellini uno dei giovani piu’ promettenti del calcio italiano. Questo il ricordo di Paolo delle sue presenze alla manifestazione intitolata all'ex presidente del Crema: "Ho partecipo a 3 edizioni del Trofeo Dossena, nel 1996, '97 e nel '99 sempre con la Primavera della Cremonese, per me e’ stata una bella esperienza. Ricordo in particolar modo la mia prima presenza in cui giocavo con ragazzi piu’ grandi di me. Al Dossena ho incontrato le prima squadre internazionali e comunque c'era la possibilita’ di confrontarsi con formazioni molto importanti a livello nazionale".
Nel 1996 la squadra grigiorossa allenata da Luciano Cesini venne sconfitta ai calci di rigore dalla Dinamo Kiev, mentre l'anno successivo raggiunse il quarto posto dopo aver superato l'Atalanta, il King Faisal e il Borussia Dortmund, perse poi la finale contro la Nazionale di Serie C per 3-2. Nel 1999, con Mario Montorfano alla guida della Cremonese, i grigiorossi vennero eliminati dopo due sconfitte con l’Inter e con i brasiliani dell'Uniao Sao. "Sfortunatamente non ho mai vinto questo trofeo, ma sono molto onorato di aver partecipato a questa competizione. Anche in questa ventisettesima edizione del Trofeo Dossena ci saranno squadre italiane e straniere, quale miglior occasione per i ragazzi che giocheranno di divertirsi e potersi confrontare con scuole calcistiche diverse”. Questo e’ l'augurio di Castellini, ultimo prodotto del vivaio della "Cremonese gestione Luzzara", che proprio sulla fascia sinistra ha forma talenti quali Giuseppe Favalli e Antonio Cabrini.
Roberto Boninsegna, attuale allenatore del Mantova in C2, ha lasciato dopo 12 anni l'incarico di selezionatore dell'Under 20 di Serie C per poter guidare la squadra della sua citta’. Boninsega e’ stato presente al "Dossena" dal 1992 al 2001 conquistando il trofeo nel 1994 e 5 secondi posti (1993, '1996, '1997, 1999, 2001). "Ho un ricordo bellissimo del Trofeo Dossena, manifestazione alla quale ho partecipato per nove anni consecutivi. Di certo e’ un palcoscenico per giovani talenti che giocano in C1 e C2 di confrontarsi con le migliori primavere del calcio italiano ed internazionale. Al Dossena come allenatore ho conquistato 6 finalissime, purtroppo vincendone solo una. Esiste una serie di difficolta’ nell'allenare una selezione di serie C, rispetto ad una squadra di club. Su tutte, non c’e’ la possibilita’ di allenarsi quotidianamente poi, nel periodo del Dossena, alcuni giovani dell'Under 20 sono impegnati con i rispettivi club per i play-out e i playoff e quindi non e’ possibile averli a disposizione" .Nonostante queste difficolta’ dobbiamo ringraziare Roberto Boninsegna che, grazie al suo lavoro e quello dello staff di osservatori, della Nazionale di Serie C ha portato al Trofeo Dossena giovani talenti che si sono poi affermati nel tempo. Per citarne alcuni: Di Biagio, Montella, Giannichedda e Juliano. “E' stata una grande soddisfazione aver potuto allenare questi campioni. Nelle partite degli europei di Belgio ed Olanda eravamo a vedere gli incontri io e il Presidente della Lega di Serie C Mario Macalli ed e’ stato per noi motivo di grande orgoglio osservare 6 nazionali azzurri che avevamo avuto nella nostra nazionale di Serie C."
Quest'anno alcuni ragazzi gia’ guidati da Boninsegna parteciperanno ai mondiali di Corea e Giappone.
“ L’augurio che passo fare da vicecampione del mondo e’ di sperare di poter vincere il mondiale, anche perche’ i giocatori sono validi e quindi l'Italia si presenta come una delle possibili vincitrici”.
Il tecnico mantovano vuole fare un'ultima positiva considerazione sulla manifestazione calcistica cremasca: "Mi permetto di dare un consiglio ai vari club ed allenatori: partecipate al Trofeo Dossena perche’ questo trofeo giovanile sta sempre di piu’diventando una manifestazione sportiva di alto livello ed un merito particolare va anche a tutti i dirigenti e collaboratori che lo organizzano e ne permettono la riuscita”.
Fabio Cannavaro, irremovibile pedina difensiva della nazionale italiana che disputera’ i mondiali in Corea e Giappone, ricorda con piacere la sua esperienza al Trofeo Dossena, partecipazione che avvenne nel 1991 quando giocava nella Primavera del Napoli: "Ero giovane, avevo 17 anni quando giocai a Crema. Pater partecipare a tornei lontano da Napoli era sicuramente un modo per divertirsi, poi al Dossena c'era anche la possibilita’ di confrontarsi con formazioni straniere".
La squadra partenopea, allora allenata da Nicola D'Alessio Monte, arrivo’ al terzo posto disputando incontri con Nazionale Dilettanti, Aalborg Broendby, Dinamo Zagabria e Inter. Di certo il palcoscenico del Dossena ha dato la possibilita’ a Cannavaro di disputare i primi di una lunga serie di incontri con formazioni straniere : "Mi ricordo in particolar modo una partita in cui vincemmo 3-1 contro una selezione danese", riferendosi all'Aalborg Broendby. Fabio ripensa ai giovani che militavano allora nella Primavera del Napoli, alcuni dei quali hanno poi avuto la possibilita’ di giocare in serie C, B ed anche nella massima serie del campionalo italiano (Pagotta, Ametrano, Claudio Bonomi). Facendo
alcune considerazioni sull'importanza dei settori giovanile Fabio aggiunge: "E' un peccato perche’ in questi anni in serie A si vedono sempre meno giocatori che arrivano dai vivai, soprattutto c'e’ una tendenza da parte delle societa’ ad acquistare all'estero giocatori, ma il piu’ delle volte non si dimostrano all'altezza. E' anche vero che il settore giovanile comporta delle spese, ma se ben organizzati e gestiti di certo danno ottimi frutti".
Proprio il fratello Paolo e’ stato l'ultimo prodotto del vivaio napoletano, a soli vent’anni ha gia’ saputo conquistarsi un posto da titolare sia nel Verona che nell'under 21 e, sulle orme del piu’ celebre Fabio, e’ una prova concreta dell'inesauribile serbatoio italiano.
A Crema e’ passato nell'estate del 1997. Diresse la finalissima della 21esima edizione del Dossena Atalanta-Nazionale di Serie C 3-1. Pierluigi Collina sta per affrontare il suo mondiale da una posizione internazionale privilegiata. Per la quarta stagione consecutiva il MAGAZINE DELLA FIFA lo ha valutato come il miglior arbitro del mondo. Ovvero, per la serie nessuno e’ profeta in patria, il direttore di gara di Viareggio continua a trovare estimatori fuori dai suoi confini. Il Collina che ha fatto litigare le tre grandi che si sono contese lo scudetto e’ lo stesso che tutta la classe arbitrale dell'universo e non solo ci invidia? Collina e’ un personaggio, uno dei fischietti con piu’ coraggio e personalita' del nastro calcio. E come ha di recente dichiarato "la bellezza del pallone e’ anche nella sua imperfezione. La tecnologia non e’ la strada da seguire. Il calcio e’ bello anche cosi, con i nostri errori, le inevitabili discussioni, gli inevitabili processi, le inevitabili moviole" .
E' fischietto internazionale da quasi due lustri; l'alopecia, la mancanza totale o parziale dei capelli e dei peli, lo ha reso star. Eppure i suoi inizi furono casuali: un compagno di liceo lo convinse ad iscriversi al corso per diventare arbitro. Ma l'amico, con problemi di vista, fu scartato. Pierluigi Collina decise di proseguire. Lo considerano ignifugo ad ogni incendio di polemica; dice di avere buoni rapporti con tutti, qualche nemico se lo sara' fatto in questi anni ma va controcorrente quando sostiene che “il problema non e’ per noi che dirigiamo ai massimi livelli. Abbiamo giornate da dimenticare ma ci prendiamo anche titoli ed interviste. Il problema vero continua ad essere rappresentato da quei ragazzi che la domenica mattina vanno sui campi di periferia a fischiare in partite per ragazzi prendendosi offese gratuite e perfino botte. La vera tristezza e’ questa".
Buona fede, malafede, quanti discorsi ruotano attorno alle due contrapposte galassie; intanto Pierluigi Collina va incontro al suo secondo mondiale augurandosi come sempre di arrivare al massimo in semifinale. Vorra’ dire che .......
Incontri Match Sponsor
Incontro DOMENICA 1 GIUGNO BRESCIA – MONZA
Match Sponsor: BANCA BCC CARAVAGGIO E CREMASCO
Incontro LUNEDI’ 2 GIUGNO BRESCIA – GENOA
Match Sponsor: GS INDUSTRIAL SERVICE ITALIA
Incontro LUNEDI’ 2 GIUGNO RAPPRESENTATIVA LND – CREMONESE
Match Sponsor: RISTORANTE PIZZERIA DON FELIPE
Incontro MARTEDI’ 3 GIUGNO MODENA – RAPPRESENTATIVA LND
Match Sponsor: LUMSON